1-01 – STATICA facile

Il Momento Flettente

Un altro tipo di sollecitazione molto importante è costituito dalla sollecitazione di flessione, di essa non si è finora parlato ma accennato solo brevemente. Vogliamo ora occuparcene più dettagliatamente. Si immagini un asse di legno fissata, od incastrata, ad una delle sue estremità, senza alcun altro appoggio sulla rimanente lunghezza. Un tale asse può costituire, ad esempio, un trampolino per fare i tuffi in una piscina. Quando viene caricata (ad es. quando il nuotatore vi sale sopra), essa si piega verso il basso fig. (*).

Poiché l’asse viene piegata ossia inflessa per effetto del carico, si dice che “essa viene sollecitata alla flessione”. Un’asse che sia troppo sottile, o che porti un carico troppo elevato, si spezza. Se essa però è sufficientemente robusta, non si rompe ma, dopo essere stata abbandonata dal nuotatore che ha compiuto il tuffo, ritorna nella sua posizione iniziale. Compito del progettista è quindi di dimensionare tali elementi sollecitati a flessione, in modo che non si rompano per effetto delle sollecitazioni alle quali si prevede saranno sottoposti. Un trampolino per tuffi, ad esempio, deve avere sufficiente spessore e sufficiente larghezza. Non va però costruirlo troppo spesso o troppo largo, perché allora esso non molleggerebbe e non servirebbe quindi al suo scopo. Mentre nel caso del trampolino per tuffi si vuole che esso, sotto il carico, molleggi, cioè subisca un’inflessione, nel caso di elementi di strutture sollecitati a flessione (a meno che non si tratti di organi elastici) si devono calcolare le dimensioni in modo, che non si verifichi nessuna inflessione o incurvatura. D’altra parte le dimensioni non debbono essere eccessive, perché ciò costituirebbe uno spreco di materiale, che renderebbe inutilmente più elevato il costo. Non si devono quindi costruire gli elementi di una struttura troppo deboli, per ragioni di sicurezza, ma neppure troppo robusti, per ragioni di economia. È perciò necessario che si sappia calcolare con esattezza quali sono le dimensioni più convenienti per i singoli elementi della struttura. È necessario aggiungere ora alcune altre considerazioni a proposito dell’esempio a cui ci si è prima riferiti: Quanto più il trampolino si inflette, tanto più è sollecitato alla flessione, e tanto maggiore quindi è il pericolo della rottura. L’ampiezza della flessione dipende dai due fattori seguenti:

1)       dalla intensità del carico. L’asse infatti si piega tanto più, quanto maggiore è il carico.

2)       dalla distanza del carico dal punto di incastro A fig.(*). La flessione massima dell’asse si ha, quando il carico è situato alla estremità B; l’asse si piega tanto meno, quanto più il carico è vicino ad A. (Ciò riuscirà chiaro confrontando fra di loro le fig. (*a) e (*b).

In altri termini chiunque ha certamente constatato, nel tentativo di spezzare un ramo di una albero, che la riuscita non dipende solo dallo sforzo esercitato, ma anche dal punto nel quale il ramo viene afferrato. Se ora si riuniscono i due fattori, da cui dipende l’intensità della flessione (e cioè l’intensità del carico e la sua distanza dall’appoggio o incastro) in una sola grandezza, che si definisce “momento flettente“. Si a che:

Momento flettente = Forza moltiplicata Distanza

Poiché il momento flettente interverrà molto frequentemente nei calcoli per dimensionare le strutture, e sarebbe perciò scomodo ripetere sempre per esteso tale espressione, in futuro verrà indicato sempre brevemente con la lettera M (iniziale della parola “momento”). Il carico o la corrispondente forza saranno sempre indicati con la lettera o F (iniziale della parola “peso” o “forza”). Per la distanza del carico dall’appoggio o incastro si userà l’abbreviazione a, e per la lunghezza dell’asse, o della trave, la lettera l. La formula che dà il momento flettente sarà quindi la seguente:

Se l’asse del trampolino, a causa di un sovraccarico, si rompe, il punto di rottura, supposto che l’asse non presenti nessun difetto e nessuno indebolimento sulla sua lunghezza, si troverà sempre vicinissimo all’appoggio, cioè al punto di incastro A fig.(*). In tale punto il momento flettente ha il valore massimo; in ogni altro punto dell’asse, il valore del momento flettente è minore, poiché esso è dato dal prodotto del carico per una distanza minore, che non quella del punto A. Il massimo momento flettente (che si indica con Mmax) si ha quindi, in ogni caso, nella posizione A; in tale posizione avviene sempre anche, come si sa dalla esperienza, la rottura. Quindi in tale posizione si ha la sezione più pericolosa. Ne deriva il seguente principio, che va tenuto sempre presente:

La sezione pericolosa di una parte di struttura o di costruzione è situata nel punto dove il momento flettente è massimo.

Quando si deve calcolare una parte di struttura o di costruzione sollecitata alla flessione, bisogna sempre considerare nel calcolo il momento flettente massimo (Mmax), il quale si verifica sempre nella sezione più pericolosa. Nelle parti o travi che sono incastrate ad una delle due estremità, mentre l’altra estremità è libera, la sezione più pericolosa corrisponde alla sezione di incastro, cioè a quella dove la parte, o la trave è incastrata. Prima di eseguire dei calcoli di momenti flettenti con degli esempi pratici, bisogna riflettere un momento, per comprendere con quali unità di misura venga misurato il momento flettente. Nella formula dinnanzi scritta, il momento M = P · a viene ottenuto dal prodotto di una forza per una lunghezza. Ad esempio, viene eseguito il prodotto di 150 kg per 100 cm. Va  perciò eseguito il seguente calcolo:

Il prodotto di una grandezza misurata in kg per un’altra, misurata in cm, viene misurato con una nuova unità di misura, e precisamente in kgcm, che si legge: “chilogrammi-centimetri”. Che nella moltiplicazione di due grandezze di genere diverso non sia sufficiente indicare solo il prodotto dei valori numerici (nell’ esempio 150 x 100 = 15000) risulta chiaramente dalla seguente considerazione: Poiché 100 cm = 1 metro, si può anche scrivere:

Quindi 15000 kgcm (chilogrammi-centimetri) è lo stesso momento flettente espresso da 150 kgm (chilogrammi-metri), sebbene i valori numerici siano diversi. L’uguaglianza o la disuguaglianza di momenti flettenti si può quindi constatare solo quando sono indicati, non solo i valori numerici, ma anche le unità di misura. Quali unità di misura per i carichi e le lunghezze, e quindi per i momenti flettenti, sia conveniente scegliere, dipende dalla natura dei singoli esempi considerati. La scelta avviene in modo che il calcolo risulti semplice, e con valori numerici non troppo elevati. Pertanto, le unità di misura per i momenti flettenti sono il kgm, il kgcm, kNm, kNcm …. ecc. Quindi bisogna stare attenti di non cadere nell’errore, in cui spesso si incorre, di scrivere tali unità di misura come segue kg/m, kg/cm, ecc. Il significato di queste abbreviazioni è molto diverso, e verrà spiegato in seguito; infatti, queste ultime abbreviazioni possono essere impiegate per i momenti flettenti solo da chi non sa che cosa è propriamente un momento flettente. Detto ciò, si svolga adesso il primo esempio pratico per il calcolo del momento flettente per una trave a sbalzo. Si prende come primo esempio pratico una trave a sbalzo lunga cm 50 = m 0,50 (l = m 0,50) che viene caricata alla estremità libera con una forza di 100 kg

Si calcolano i momenti flettenti che si verificano nelle posizioni indicate nella fig.(*) con la lettera A e con le cifre da 1 a 4; questi punti sono distanti tra di loro cm 10 (m 0,10). Nella fig. (*), come pure nelle seguenti, la trave a sbalzo è indicata con un segmento rettilineo disegnato con tratto di forte spessore, e l’incastro della trave nella posizione A, con una piccola zona tratteggiata. Si calcola anzitutto il momento massimo, cioè il momento flettente all’incastro A; si ha che:

oppure anche

Ora si calcolano i momenti flettenti negli altri punti indicati della trave a sbalzo. Nel punto 1:  la distanza a della forza P dal punto 1 è di 40 cm, cosicché:

Nel punto 2 : a = 30 cm

Nel punto 3 : a = 20 cm

Nel punto 4 : a = 10 cm

Da questi risultati appare chiaramente che il momento flettente presenta il valore massimo nel punto di incastro, poiché questo è il punto più distante dalla forza. La distanza della forza dai punti nei quali si deve determinare il momento flettente viene anche detta “braccio della forza“, o “braccio di leva“, poiché la forza tende, come una leva, a far ruotare la trave attorno a tale punto. Per non dover sempre ripetere la frase: “momento flettente nella posizione, o nel punto ….”, si precisa la posizione per la quale si calcola il momento flettente scrivendo una lettera o una cifra dopo la lettera M, in basso; tali cifre o lettere aggiunte in basso ad una altra lettera si chiamano “indici”. Ad esempio: MA (si legge: “M con A”) indica il momento flettente nella posizione A; M2 (si legge: “M con 2”) indica il momento flettente nella posizione 2, ecc. Osservazione: Il significato delle superfici tratteggiate disegnate sotto alla trave, nelle figure da (*) a (*), verrà spiegato in seguito. Si svolga adesso un secondo esempio pratico.

Si calcolano i momenti flettenti nella trave a sbalzo rappresentata nella fig. (*). Come è facile notare, questo secondo esempio differisce dal primo solo per il fatto che lo forza invece che di 100 kg è di 50 kg. Soluzione:

I risultati, evidentemente, in questo secondo esercizio, sono rispettivamente uguali, in valore, alla metà di quelli del primo esercizio. Ciò deriva dal fatto che la grandezza del carico, applicato sempre nello stesso punto, è la metà di quello del primo esempio. Si Calcolano adesso i momenti flettenti nella trave a sbalzo rappresentata nella fig. (*), nei diversi punti indicati. Questo esempio si distingue da quello descritto nel primo esempio per il fatto che il carico di 100 kg è ora applicato nel punto 3.

La distanza della forza P dal punto A è ora solo di cm 30. Si hanno perciò i seguenti momenti flettenti:

Se si vuole calcolare il momento flettente nel punto 3, cioè nello stesso punto in cui è applicato il carico, si nota che, in tale caso, la distanza della forza dal punto nel quale si vuole calcolare il momento flettente è uguale a 0. Infatti se si applica la formula che dà il momento flettente. Si ottiene:

Poiché moltiplicando un numero per 0 si ottiene 0. Nella sezione corrispondente al punto 3 non si ha quindi alcun momento flettente. Si provi ora a calcolare i momenti flettenti nelle sezioni disposte fra il punto 3 e il punto B. In tutte le sezioni della trave comprese fra tali punti il momento flettente è sempre uguale a 0, poiché, a partire dal punto 3, verso B, non c’è nessuna forza che agisce sulla trave. Nei tratti della trave dove non si ha momento flettente, non si verifica neppure alcuna inflessione della trave; questa assumerà quindi la forma che è stata, in modo appositamente esagerato, rappresentata nella fig. (*). Dal punto A al punto 3, la trave risulta incurvata, mentre dal punto 3 al punto B, la trave rimane rettilinea, poiché in tale tratto non si ha alcun momento flettente. Si veda un ulteriore esempio, si debbano calcolare i momenti flettenti in una trave a sbalzo, sulla quale sono applicati due carichi fig. (*).

Quando sulla trave a sbalzo agiscono più forze, col metodo che è stato finora impiegato bisogna calcolare i momenti flettenti, dovuti ad ognuno delle forze, e quindi sommarli fra di loro. Nella sezione corrispondente al punto A, per effetto della forza di 40 kg, applicata ad una distanza di 50 cm si ha il momento flettente 40 kg · 50 cm = 2000 kgcm; e per effetto della forza di 60 kg applicata alla distanza di cm 30, il momento flettente 60 kg · 30 cm = 1800 kgcm. Il momento flettente complessivo nella sezione A sarà dunque:

In modo analogo si trovano i momenti flettenti negli altri punti:

Il momento flettente nel punto 3, dovuto alla forza di 60 kg, è quindi uguale a 0, perché la distanza della forza dal punto suddetto è uguale a 0.

nella estremità libera della trave, il valore del momento flettente è, in ogni caso, uguale a 0, poiché in tale punto la distanza è sempre 0.

Il diagramma del momento flettente

Negli esercizi è stata, sotto la trave a sbalzo, disegnata una superficie triangolare tratteggiata. La grandezza di un momento flettente si può rappresentare, anche graficamente, mediante un segmento di lunghezza proporzionale. Per scegliere la lunghezza proporzionale del segmento rappresentante il momento flettente, ci si regolerà secondo lo spazio disponibile sul foglio da disegno. Affinché i disegni dei momenti, non risultino troppo grandi, si è fissato che un momento flettente di 500 kgcm sia rappresentato da un segmento lungo 1 mm. Un momento flettente di 1000 kgcm sarà dunque rappresentato da un segmento lungo 2 mm, ed uno di 5000 kgcm sarà rappresentato da un segmento di 10 mm. Si osservi ora attentamente la superficie triangolare disegnata inferiormente nella fig. (*). Essa è stata ricavata riportando normalmente alla retta A-B; nei punti situati esattamente al di sotto dei punti A, 1, 2, 3 e 4 della trave, dei segmenti di lunghezza rispettivamente proporzionale ai momenti flettenti che si hanno nei punti stessi. Nel punto A il momento flettente è 5000 kgcm; si porta quindi, dal punto A della retta A-B, un segmento perpendicolare lungo 10 mm. Nel punto 1 il momento flettente è di soli 4000 kgcm; il segmento normale alla retta A-B, che lo rappresenta, sarà quindi lungo 8 mm. Si Procede nello stesso modo per i punti 2, 3 e 4. In B, il momento flettente è uguale a 0; esso sarà quindi rappresentato da un segmento di lunghezza nulla, cioè da un punto. Collegando ora le estremità dei segmenti perpendicolari ad A-B, fino ad ora riportati, si ottiene la superficie triangolare, che prende il nome di diagramma dei momenti flettenti. Per rendere più evidente tale diagramma il tratteggio è stato eseguito normalmente alla linea di base. I momenti flettenti vengono dunque rappresentati in una determinata scala, e precisamente nella scala dei momenti flettenti. Poiché la linea che rappresenta la trave viene disegnata in una determinata scala delle lunghezze, nel disegno di un diagramma dei momenti si debbono distinguere due scale: la scala delle lunghezze e la scala dei momenti. Queste scale si devono indicare sul foglio del disegno, possibilmente vicino al diagramma dei momenti. Nei primi tre esercizi svolti si è fissato che una lunghezza di 10 mm = 1 cm rappresenti un momento flettente di 5000 kgcm. Questa scala viene indicata nel disegno nel modo seguente:

Scala dei momenti cm ≈ 5000 kgcm.

Il segno () significa in questo caso corrisponde. L’indicazione precedente si legge quindi: “un 1 cm corrisponde a 5000 kgcm”. Nell’ultimo esercizio svolto la scala dei momenti è: 1 cm  2000 kgcm. Nello stesso modo con cui si è tracciato il diagramma dei momenti nella fig. (*), si disegna anche quello delle fìgg. *, * e *. E’ necessario capire come questi diagrammi si costruiscono; verificando le loro dimensioni in scala. I diagrammi dei momenti flettenti vengono impiegati frequentemente, perché da essi si rileva facilmente la distribuzione delle sollecitazioni in una trave e, fra l’altro, la posizione nella quale il momento flettente è massimo; cioè dove si ha la sezione più pericolosa (negli esempi svolti, in cui sono state sempre considerate delle travi a sbalzo, la sezione più pericolosa è sempre situata nella posizione A).

Che cosa si intende precisamente per “Statico”?

Chiunque si è certamente chiesto in che consista la Statica e quale sia il suo scopo. Nelle pagine precedenti si è detto che compito del progettista è di stabilire le dimensioni degli elementi delle strutture, in modo che questi siano capaci di resistere alle sollecitazioni alle quali saranno sottoposti, cosicché non siano troppo robusti, per evitare spreco di materiale, ma allo stesso tempo neppure troppo deboli, perché altrimenti essi andrebbero incontro al pericolo di rottura. Per stabilire le dimensioni necessarie e più convenienti è indispensabile conoscere esattamente le forze che agiscono sulle  parti di strutture. La Statica ha appunto lo scopo di determinare queste forze, come pure i loro effetti (ad es. i momenti flettenti). Il vocabolo “Statica” deriva dalla parola greca “Stasis” = stato di quiete. Da ciò si intuisce quale è il significato della parola “statica”: essa si occupa solo di quelle forze che non provocano alcun movimento delle parti di una struttura considerata; che non la fanno, ad esempio, né ruotare, né vibrare, ma che la mantengono in equilibrio, allo stato di quiete. Si può quindi definire la Statica come la “Scienza dell’equilibrio“. Dalla esperienza sappiamo che le forze possono imprimere dei movimenti ai corpi, spostarli, farli ruotare o vibrare. Questi effetti delle forze non sono studiati dalla Statica; di essi si occupa un’altra scienza, la Dinamica. Anche questa parola deriva da un vocabolo greco, cioè da “Dynamis” = forza in movimento. Si dice perciò che la Dinamica è la “Scienza delle forze in movimento“. La Statica e la Dinamica si distinguono quindi per il genere di forze da esse studiate, e precisamente secondo l’effetto prodotto dalle forze. Ciò riuscirà chiaro, se si esamina ancora l’esempio del trampolino: Quando il nuotatore si mantiene fermo sul trampolino, egli esercita sulla tavola una forza statica (uguale al peso del suo corpo). Si genera un momento flettente, che, come si è visto, è nullo alla estremità libera della tavola ed è massimo invece nella sezione di incastro. Finché il nuotatore si mantiene fermo, anche la tavola, dopo essersi alquanto incurvata, si mantiene in una determinata posizione. Si stabilisce cioè un equilibrio tra la forza di reazione all’incastro ed il carico costituito dal peso del nuotatore. In altre parole si dice che si ha uno stato di equilibrio statico. Se il nuotatore non si mantiene fermo, ma si muove, facendo oscillare la tavola, egli non esercita più una forza statica, ma una forza dinamica, cioè una forza che provoca il movimento di un corpo (della tavola). L’equilibrio, che quindi si aveva precedentemente, non sussiste più; la tavola si mette ad oscillare con ampiezze sempre maggiori. Quando le forze dinamiche raggiungono un certo valore, l’asse del trampolino si rompe vicino al punto di incastro. Finora si è parlato solo dei momenti flettenti provocati da una forza statica. Vi sono però anche dei casi in cui gli elementi di una struttura sono soggetti a sforzi di trazione o di compressione. Si è visto già attraverso lo studio che riguarda la Resistenza dei Materiali, come le forze esterne agiscano sugli elementi delle strutture, quali forze interne (resistenti) esse suscitino, quali tensioni determinino nel materiale è come infine si calcoli la grandezza delle sezioni degli elementi strutturali, in base alle sollecitazioni unitarie. È infatti compito della scienza concernente la resistenza dei materiali di determinare le dimensioni degli elementi delle strutture in base alle forze ed ai momenti determinati per mezzo della Statica. In tutti i problemi di cui la Statica si occupa, i corpi vengono considerati come se fossero perfettamente rigidi (non cedevoli). Per “corpo rigido” si intende un corpo la cui forma non varia per effetto delle forze che agiscono su di esso. In realtà non vi è alcun corpo che sia perfettamente rigido, perché tutti, più o meno, subiscono una variazione di forma per effetto dei carichi a cui sono sottoposti. In generale però le variazioni di forma, o deformazioni, sono così piccole da potere essere trascurate. Quando ci si occupa di problemi statici, cioè della determinazione delle forze che agiscono su un elemento di struttura, si considera inizialmente l’elemento della struttura senza badare alle dimensioni ed alla forma delle sue sezioni ed al materiale di cui è costituito. Non ci si preoccupa cioè, da principio, di sapere se si tratta di una trave di cemento armato, acciaio o di legno; si considera solo una asta rigida, di cui ci interessa solo l’asse di mezzeria. Per questa ragione, nelle figg. da (*) a (*), sono state rappresentate le travi con dei segmenti rettilinei disegnati con doppio tratto ravvicinato a forte spessore, cioè si sono rappresentati solo gli assi. Solo dopo che i problemi statici sono stati risolti, cioè dopo che sono stati determinati tutti gli sforzi ed i momenti che agiscono su una trave, ci si occupa della forma delle sezioni trasversali di tale trave e della natura del materiale che costituisce la trave stessa; ciò però, come è stato già detto, è un argomento che riguarda la “Resistenza dei Materiali“. Quindi, da quando fin qui è stato detto, la statica si occupa delle forze che mantengono una struttura o costruzione allo stato di riposo e di equilibrio. Evidentemente bisogna adesso esaminare quali sono le condizioni che debbono essere soddisfatte, affinché si abbia uno stato di equilibrio statico. Verranno trattate quindi, qui di seguito, le regole fondamentali della Statica, cioè le cosiddette “condizioni di equilibrio“, la cui conoscenza è la base di ogni calcolo degli elementi strutturali di una costruzioni. Si è già visto che l’effetto di una forza (carico) non dipende solo dalla sua grandezza o intensità, ma anche dalla posizione e della direzione in cui essa agisce. Una forza di 50 kg, ad una distanza di 10 cm da un determinato punto, ha lo stesso effetto di una forza di soli 5 kg, ma che agisce ad una distanza di 100 cm dal medesimo punto. In entrambi i casi la forza produce un momento di rotazione di 500 kgcm. Ciò può riuscire molto chiaro considerando l’asse di una altalena bascullante fig. (*). Ad ogni estremità dell’asse è applicato un carico (ad esempio una persona) e precisamente ad una distanza di m 2,00 dal centro di rotazione D.

Entrambi i carichi sono di uguale grandezza, e precisamente ognuno di essi uguale a 50 kg. L’asse della altalena bascullante è allora in equilibrio, cioè essa non si muove, finché non riceve un urto. Per lo stesso motivo anche una bilancia si trova in equilibrio, quando sui due piatti sono posati dei pesi uguali. Si osservi guardando la fig. (*), le distanze dei carichi dal centro di rotazione sono misurati dal centro dei corpi pesanti che determinano il carico, al centro di rotazione. Nei calcoli statici si immagina cioè che i carichi siano sempre concentrati nei baricentri o centri di gravità dei corpi, che realizzano i carichi stessi; in generale il baricentro o centro di gravità coincide con il centro geometrico del corpo pesante. Per tale ragione le distanze dei corpi pesanti dal centro di rotazione sono state misurate dai centri geometrici dei corpi stessi. Detto ciò, se adesso, sulla estremità sinistra dell’asse della altalena bascullante, aggiungiamo un altro carico di 50 kg, come è indicato nella fig. (*), l’asse della altalena bascullante non si trova più in equilibrio.

Essa ruoterà attorno al centro di rotazione D e precisamente nel senso indicato dalla freccia tracciata in detta figura. Se però spostiamo questo doppio carico più vicino al punto di rotazione D, e precisamente alla distanza di 1,00 m da esso, l’equilibrio risulterà ristabilito fig.(*).

In tutti i calcoli statici si deve verificare se l’equilibrio sussista oppure no. Nel caso dell’asse della altalena bascullante ciò si può constatare con una riflessione molto semplice. In altre strutture, meno semplici, per arrivare ad una simile constatazione, occorre servirsi di apposite regole. Queste regole costituiscono i fondamenti di tutti i calcoli statici. Ci sono, in proposito, tre Regole, che sono precisamente chiamate le tre “Condizioni di Equilibrio“. Si espone la prima di queste regole.

La prima condizione di equilibrio

Nei calcoli svolti fino a qui si è sempre considerato il prodotto di una forza per una distanza (distanza della forza da un determinato punto, la quale viene detta anche “braccio” della forza rispetto al punto stesso). Tale prodotto viene indicato brevemente con l’espressione “momento flettente“, poiché il suo effetto è sempre una flessione. Nel caso dell’asse della altalena bascullante, le forze tendono invece a produrre una rotazione dell’asse attorno al centro di rotazione (detto anche “fulcro“). In tal caso, per indicare il prodotto di una forza per una distanza, si parla di momento di rotazione. Qui di seguito si parlerà quindi solo di momenti di rotazione e verranno chiamati perciò semplicemente “momenti“. Un momento che tende a produrre una rotazione verso destra cioè nel senso delle lancette dell’orologio, viene detto “momento positivo“. Un momento che tende invece a produrre una rotazione in senso opposto a quello delle lancette dell’orologio si dice “momento negativo“. Verranno indicati rispettivamente con la freccia curva rivolta verso destra e verso sinistra.

Per chiarire meglio queste definizioni ci riferiamo alla fig. (*): Il carico di 50 kg, posto sulla estremità sinistra dell’asse, dà luogo ad un momento negativo attorno al centro di rotazione D, e precisamente ad un momento di grandezza:

Come già si sa dalla Matematica, con il segno “-” vengono contraddistinte sempre le grandezze negative. Il carico di 50 kg, posto sulla estremità destra dell’asse della altalena bascullante, dà luogo ad un momento positivo attorno al centro di rotazione, e precisamente ad un momento di grandezza:

I due momenti attorno al centro di rotazione D sono uguali in grandezza assoluta, ma contraddistinti da segni opposti. Sommando i due valori si ha quindi un valore 0.

Con l’esempio esposto si è già definita la prima delle tre condizioni di equilibrio che viene precisamente così enunciata:

Quando un corpo si trova in equilibrio, la somma di tutti i momenti che agiscono su di esso è uguale a zero.

Invece di “somma di tutti i momenti” si scrive brevemente ΣM. La lettera maiuscola Σ (sigma) è impiegata come abbreviazione della parola “somma”. La prima condizione di equilibrio può quindi essere espressa con la seguente formula:

Con delle applicazione molto semplice di quanto detto finora; si esamina, in base alla prima condizione di equilibrio, la condizione in cui si trova l’asse della altalena bascullante rappresentata nella fig. (*), cioè si constati se essa si trova in equilibrio, oppure no. Il momento dovuto al carico posto sulla estremità sinistra dell’asse, rispetto al centro di rotazione D, è negativo, perché tende a fare ruotare l’asse verso sinistra; esso è:

Il momento dovuto al carico posto sulla estremità destra dell’asse è analogamente:

La somma dei due momenti

non è uguale a 0; l’asse della altalena bascullante non è quindi in equilibrio. Un momento negativo, secondo quanto è stato stabilito, è un momento che tende a produrre una rotazione verso sinistra. Il risultato del nostro calcolo dice dunque che l’asse della altalena bascullante, per effetto del carico precisato nell’esercizio, deve ruotare verso sinistra. Si ripeta lo stesso esame, relativamente all’asse della altalena bascullante rappresentata nella fig. (*). Il momento dovuto al carico posto sulla estremità sinistra dell’asse è:

Il momento dovuto al carico posto sulla estremità destra dell’asse è:

La somma di tutti i momenti che agiscono sull’asse è dunque:

In questo caso lo somma dei momenti è uguale a 0; l’asse della altalena bascullante rappresentata dalla fig. (*) si trova perciò in equilibrio. Nella fig. (*) è rappresentato un asse di altalena bascullante, il cui braccio sinistro è lungo m 2,00 ed il braccio destro m 3,00. Alla estremità del braccio sinistro è posto un carico di 30 kg. Sulla estremità del braccio destro è posto un carico P, di cui non conosciamo la grandezza. Quale deve essere questa grandezza, affinché l’asse della altalena bascullante si trovi in equilibrio?

Se l’asse della altalena bascullante deve trovarsi in equilibrio bisogna che sia: ΣM = 0. Il momento dovuto al carico di 30 kg, è:

II momento dovuto al carico P è:

Poiché non si sa quale sia la grandezza del carico posto sul braccio a destra, lo si indica provvisoriamente con P. Perché si abbia l’equilibrio la somma di tutti i momenti deve essere uguale a 0. Si deve cioè avere:

Si è dunque ottenuta una equazione, nella quale P è la grandezza incognita; bisogna dunque risolvere l’equazione rispetto a P, si deve cioè trasformarla, in modo che nel membro di sinistra rimanga solo P. Quindi procedendo:

Il carico posto sulla estremità del braccio destro dell’asse della altalena bascullante rappresentata nella fig. (*) deve quindi essere di 20 kg, se l’asse stessa deve trovarsi in equilibrio. Si verifichi ora se il risultato è giusto, cioè si verifichi se ΣM sia effettivamente uguale a 0, quando P = 20 kg:

La soluzione P = 20 kg è dunque giusta. Non occorre che i disegni necessari per i calcoli statici siano così dettagliati come quelli dell’asse della altalena bascullante, riportati nelle figure precedenti. Per i calcoli statici bastano degli schizzi come quello della fig. (*), nei quali si indica solo quanto è essenziale per precisare il problema. L’asse della altalena bascullante sarà quindi, ad esempio, rappresentata con un semplice segmento rettilineo.

Tutte le forze (i carichi sono pure delle forze) vengono rappresentate mediante frecce. Le punte delle frecce indicano la direzione secondo la quale le forze agiscono. Entrambi i carichi posti sull’asse della altalena bascullante agiscono verso il basso, esattamente come i pesi sui piatti di una bilancia. Le frecce che rappresentano questi carichi hanno perciò la punta rivolta verso il basso. Anche l’appoggio dell’asse nel punto di rotazione è rappresentato nella fig. (*) da una freccia. Tale appoggio si può infatti immaginare costituito da una forza diretta verso l’alto. Si immagini un uomo che tenga afferrata l’asse di una altalena nel punto D fig. (*).

Egli deve esercitare una forza diretta verso l’alto. Questa forza viene chiamata “reazione di appoggio“. Nella fig. (*) è indicata anche la grandezza della reazione nell’appoggio D, e precisamente con 50 kg. La reazione di appoggio infatti deve essere uguale alla somma dei due carichi. Se siattenzionian ancora l’uomo che tiene sollevata l’asse della altalena bascullante, si intuisce senz’altro che la forza da esso esercitata verso l’alto deve essere uguale ai due carichi applicati all’asse, considerati insieme. In queste considerazioni viene supposto che l’asse sia così leggera, da potersene trascurare il peso. La reazione di appoggio per l’asse della altalena bascullante rappresentata nella fig. (*) è quindi 50 kg + 50 kg = 100 kg, e quella dell’appoggio dell’asse rappresentata nella fig. (*) è di 100 kg + 50 kg = 150 kg. Un esempio pratico: Quale deve essere la grandezza della forza P agente sull’asse della altalena bascullante rappresentata nella fig. (*), se l’asse deve trovarsi in equilibrio? Quale sarà inoltre la grandezza della reazione di appoggio?

Perché l’asse si trovi in equilibrio bisogna che sia ΣM = 0, cioè

Questa equazione deve essere risolta rispetto a P

Con ciò si è risposto alla prima domanda. La risposta alla seconda è ancora più semplice: La reazione di appoggio deve essere uguale alla somma dei due carichi che agiscono sull’asse quindi: Reazione di appoggio = 8 kg + 3 kg = 11 kg. Si faccia un ulteriore esempio dove ci si chiede: Quale deve essere la grandezza della forza P agente sull’asse della altalena bascullante rappresentata nella fig. (*), se l’asse deve trovarsi in equilibrio? Quale è inoltre la grandezza della reazione di appoggio?

Per l’equilibrio dell’asse deve aversi ΣM = 0, cioè

La differenza, rispetto agli esempi precedenti, consiste nel fatto che su uno dei due bracci agiscono due carichi invece di uno solo. Per calcolare la somma dei momenti bisogna moltiplicare ciascuno dei due carichi per la rispettiva distanza dal punto di rotazione. I due carichi sul braccio sinistro dell’asse della altalena bascullante tendono a provocare una rotazione verso sinistra; essi danno perciò luogo ad un momento negativo. Si calcolano dunque i singoli prodotti indicati nella equazione precedente, e si risolva la stessa rispetto a P

Con ciò si è ottenuta la risposta alla prima domanda. La risposta alla seconda è la seguente: La reazione di appoggio deve essere uguale alla somma di tutte le forze che agiscono verso il basso; essa sarà perciò: Reazione di appoggio = 5 kg + 5 kg + 6 kg = 16 kg. Esaminate così tutte le condizioni per l’equilibrio di un asse di altalena bascullante nelle più diverse ipotesi di carico; si potrebbe anche chiedere perché ci si è occupati cosi a lungo di problemi riguardanti un asse di altalena bascullante. Quale importanza hanno tali problemi nelle costruzioni e nelle strutture? Si vedono molte altalene bascullanti nei parchi di gioco per bambini; vi sono però delle intere costruzioni o di parti di strutture che possono dirsi assi di altalena bascullante? In realtà tali organi si incontrano molto frequentemente nelle costruzioni e di carpenteria in generale. Pensiamo, ad esempio, ai ponti di cui una straordinaria applicazione è rappresentata dal ponte Morandi fig. (*).

oppure al braccio di una gru da cantiere del tipo rappresentato nella fig. (*); si potrebbe continuare con tanti altri esempi.

Anche una semplice trave a sbalzo può paragonarsi ad un asse di altalena bascullante. Oltre alla importanza pratica delle sue numerose applicazioni, un asse oscillante attorno a un fulcro, come quella di una altalena bascullante, possiede un’altra caratteristica che merita tutta la nostra attenzione. Essa si presta cioè a rendere molto chiare le condizioni di equilibrio, specialmente quelle riguardanti i momenti di rotazione, condizioni di equilibrio che ognuno di noi ha avuto occasione di verificare sperimentalmente, e che non risultano in modo altrettanto chiaro in qualsiasi altro tipo di costruzione. Nella trattazione svolta fino a qui si è immaginato che le masse che entrano in gioco sull’asse della altalena bascullante siano stati sostituiti da forze; si è cosi considerato un gioco di forze, che ci faciliterà in seguito la comprensione di tanti altri problemi della Statica. Dopo avere studiato le condizioni di equilibrio in un asse di altalena bascullante, risulterà infatti molto più chiaro il gioco delle forze su altri elementi costruttivi, dove esso è meno facile da individuare. Nello studiare ogni struttura portante bisogna anzitutto porsi sempre la seguente domanda: Quali sono le condizioni per le quali questo elemento costruttivo si trova in equilibrio? Si esamina subito un caso, che ci è già noto ovvero il caso del trampolino per i tuffi, come ve ne sono nelle piscine da nuoto; esso è appoggiato sopra un muro e sporge per una lunghezza pari a 5 volte la lunghezza della parte appoggiata sul muro. L’asse del trampolino è caricato con la forza P; precedentemente si è detto che essa era fissata in qualche modo al suo appoggio. Che cosa succederebbe se l’asse fosse invece semplicemente appoggiata sul muro? È evidente che essa farebbe un tuffo nell’acqua della piscina ed il nuotatore, non solo non potrebbe mettere piede sulla sua estremità a destra, ma neppure arrivare al centro dell’asse stessa. L’asse deve dunque essere fissata al suo appoggio. In pratica questo fissaggio si esegue nel modo indicato nella fig. (*) si dispone cioè, alla estremità sinistra dell’asse, un ancoraggio bullonato che unisce solidamente l’asse del trampolino con il muro.

Ora l’asse è assicurata, il gioco delle forze, che assicura l’equilibrio, può realizzarsi. Ci troviamo di fronte ad un sistema analogo a quello dell’asse della altalena bascullante: uno dei due bracci è costituito dalla parte sporgente dell’asse, sulla quale viene a trovarsi il carico diretto verso il basso, costituito dal peso del nuotatore; l’altro braccio è costituito dalla parte di asse appoggiata sul muro, alla cui estremità sinistra l’ancoraggio bullonato  esercita una forza pure diretta verso il basso; il centro di rotazione o fulcro è costituito dallo spigolo anteriore del muro in A. Un altro caso analogo è costituito dalla trave per paranco scorrevole, incastrata in un muro. Anche tale trave non è, in fondo, altro che un asse di altalena bascullante: uno dei due bracci sporge liberamente a sbalzo e porta il cosiddetto “carico utile“; nel muro penetra invece l’altro braccio, sul quale grava il peso del muro sovrastante; lo spigolo anteriore del muro costituisce il centro di rotazione. Questo caso è molto importante, perché si può osservarlo facilmente con degli esempi pratici.

Oppure si pensi ad una pensilina per proteggere gli spettatori presenti nella sottostante tribuna dagli eventi meteorici fig. (*) .  

Quindi grazie all’esame approfondito dell’equilibrio della altalena bascullante, si può ora risolvere facilmente anche il problema dell’asse per trampolino, poiché esso non presenta alcuna speciale difficoltà. Si osservi con attenzione la fig. (*). Si nota sullo spigolo A anteriore del muro, tra l’asse del trampolino e il muro stesso, è stato inserito un blocco (ancora meglio sarebbe una molla), affinché lo spigolo del muro stesso, durante l’inflessione dell’asse, non venga sbriciolato.

La trave su due appoggi

Si osservi ancora una volta la fig. (*). In essa si vede una trave sulla quale agiscono tre forze; due di tali forze agiscono verso il basso ed una verso l’alto. Queste tre forze, come si è appurato, sono in equilibrio.

Perché questo sussista, è evidentemente indifferente che le forze siano dei carichi o delle reazioni di appoggio. Si immagini di capovolgere la figura, cioè si immagina la trave con i suoi carichi girata di 180°, come rappresentato nella fig. (*). 

Poiché le tre forze non hanno variato, esse sono ancora in equilibrio tra di loro. Sulla trave agisce ora una forza sul punto D, diretta verso il basso, e due forze, nei punti A e B, dirette verso l’alto. La forza diretta verso il basso, la cui intensità è di 50 kg, costituisce ora il carico sulla trave, e le due forze dirette verso l’alto costituiscono le reazioni di appoggio. Una tale trave, sostenuta in due punti, si chiama “trave su due appoggi”. La trave su due appoggi costituisce il caso che si verifica più frequentemente nei calcoli statici. Quasi tutti i calcoli statici, anche nei casi più complicati, si possono ridurre al caso del calcolo di una trave su due appoggi. È perciò molto importante conoscere bene il calcolo suddetto. Che una trave, come quella rappresentata nella fig.(*), appoggiata alle sue estremità, si trovi in equilibrio, si può capire senz’altro, senza bisogno di ricorrere a calcoli speciali. Poiché essa è sostenuta in due punti, non può infatti ruotare, al contrario di quanto avveniva per l’asse della altalena bascullante, la quale era sostenuta soltanto in un punto. Tuttavia si dimostra, mediante l’applicazione della prima condizione di equilibrio ΣM = 0, la quale naturalmente vale anche per le travi su due appoggi, che la trave si trova in equilibrio. Si esprima perciò la somma dei momenti di rotazione attorno al punto D. La forza di 30 kg applicata alla estremità sinistra della trave tende a ruotare verso destra; essa da quindi luogo ad un momento positivo, mentre la forza di 20 kg, applicata sulla estremità destra della trave, tende a fare ruotare la stessa verso sinistra, dando luogo quindi ad un momento negativo, avremo perciò:

La prima condizione di equilibrio è perciò soddisfatta. Finora si è espressa la prima condizione di equilibrio sempre riferendoci al punto D. Ciò non è però affatto necessario. La condizione di equilibrio deve essere soddisfatta per qualsiasi altro punto; ad esempio anche per il punto di appoggio sinistro. Si immagini ora che la trave sia fissata nel punto A, cosicché la forza di 50 kg tenda a fare ruotare la trave stessa attorno al punto A, e precisamente verso destra e con un braccio di leva di 2,00 m (distanza della direzione della forza dal punto A), mentre la forza di 20 kg tende a fare ruotare lo trave verso sinistra, con un braccio di leva di 2,00 m + 3,00 m = 5,00 m. S ha perciò che la somma di tutti i momenti di rotazione attorno al punto A :

La condizione di equilibrio è quindi espressa per il punto A esattamente come per il punto D. Si scriva ora lo somma dei momenti ΣM relativamente al punto di appoggio destro B: Si immagini che la trave sia incernierata nel punto B, cosicché la forza applicata nel punto A (30 kg) tenda a fare girare la trave verso destra, con un braccio di leva di m 5,00, mentre la forza applicata in D (50 kg) tende a fare girare la trave verso sinistra, con un braccio di leva di m 3,00. Si ha quindi:

Si faccia ora un’altra prova, scegliendo come centro di rotazione un punto qualsiasi, situato fra A e B, ad esempio un punto distante 1,00 m dall’appoggio sinistro. Si esegua il calcolo: Il momento dovuto alla forza agente nel punto A è:

Il momento dovuto alla forza agente nel punto D è:

Il momento dovuto alla forza applicata nel punto B è:

La somma di tutti i momenti sarà dunque:

Si possono evidentemente eseguire ancora quanti calcoli si voglia analoghi a quelli esposti, ed ogni volta la somma di tutti i momenti è uguale a 0, e ciò perché la trave è in equilibrio!

Il calcolo delle reazioni di appoggio

Nella fig. (*) la grandezza delle due reazioni di appoggio era già stata segnata in precedenza. Di regola, però, si conosce anzitutto la grandezza del carico che agisce sulla trave, inoltre la lunghezza della trave ed il punto dove la forza (carico) agisce. Ci si trova quindi di fronte al compito di calcolare le grandezze delle reazioni degli appoggi. Riferendoci alla stessa figura precedente e riportata qui di seguito per comodità, il calcolo da eseguire sarà quindi quello presentato nell’esempio seguente. Si abbia una trave di lunghezza l = m 5,00, caricata da una sola forza P = 50 kg. Il carico agisce a m 2,00 dall’appoggio sinistro, e m 3,00 dall’appoggio destro. Quali sono le grandezze delle reazioni negli appoggi destro e sinistro?

Prima, però, di rispondere è necessaria una breve considerazione. Le indicazioni appoggio sinistro e appoggio destro si riferiscono al disegno, cioè l’appoggio sinistro è quello situato a sinistra sul disegno e l’appoggio destro è quello situato a destra sul disegno. È consuetudine indicare l’appoggio sinistro e la reazione dell’appoggio sinistro con la lettera VA e l’appoggio destro e la reazione dell’appoggio destro con la lettera VB. Corrispondentemente si indica, in generale, la distanza del carico dall’appoggio sinistro con la lettera a e la distanza del carico dall’appoggio destro con la lettera b. Se quindi si conosce una delle due distanze (ad esempio a), si può ricavare l’altra (b) dall’uguaglianza l = a + b  (vedi. fig. *); si ha che b = l – a.

La lunghezza della trave fra due appoggi si chiama la “portata della trave”. In realtà le travi non si appoggiano su dei punti, ma su delle superfici fig. (*a). L’intera lunghezza della trave è quindi maggiore della portata della trave stessa, in base alla quale si eseguono i calcoli statici. In seguito si studierà, con degli esercizi pratici, come si determinano i punti di appoggio, cioè i punti dove agiscono le reazioni di appoggio, e quindi anche come si determina la portata della trave. Nei calcoli statici è consuetudine indicare schematicamente gli appoggi mediante piccoli triangoli con un vertice rivolto verso l’alto fig. (*b); questo vertice rappresenta quindi il punto di appoggio. Sotto questi piccoli triangoli vi sono rappresentate anche delle frecce orientate che rappresentano le forze costituenti le reazioni di appoggio. Nella fig. (*), inoltre, si è supposto che i punti di appoggio coincidano con i centri delle superfici di appoggio. Dopo questo breve appunto, si ritorni adesso all’esempio dando la risposta. Per il calcolo delle reazioni di appoggio si impiega la prima condizione di equilibrio. Poiché una trave su due appoggi, essendo sostenuta in due punti, deve essere sempre in equilibrio, la condizione ΣM=0 deve essere soddisfatta per qualsiasi punto della trave. Si può quindi dire che la somma di tutti i momenti di rotazione attorno ad un punto, ad esempio attorno all’appoggio B, deve essere uguale a 0:

Si osservi bene la fig. (*). Si consiglia di prosegue quindi nella lettura, solo quando il significato dell’espressione ora scritta sia assolutamente chiaro. In questa uguaglianza Pb e l sono grandezze conosciute, mentre la reazione di appoggio VA non è ancora conosciuta, cioè è l’incognita che deve essere calcolata. Si deve perciò risolvere l’equazione rispetto ad VA:

Si prenda nota di questa formula:

Si può da subito confermare che questa formula è giusta, applicandola al caso della trave dell’esempio rappresentata nella fig. (*). Bisogna semplicemente sostituire nella formula appena trovata i seguenti valori: P = 50 kg,  b = 3,00 m,  l = 5,00 m,

questo risultato dà la conferma voluta! La formula per il calcolo della reazione d’appoggio VB viene ricavata allo stesso modo. Infatti, anche per il punto A deve aversi ΣM uguale zero:

Si prenda nota di questa seconda formula: 

Si verifichi che questa formula è giusta, applicandola ancora al caso della trave rappresentato nella fig. (*): Si supponga di dovere calcolare la reazione VB. Bisogna allora sostituire nella formula trovata i seguenti valori: P = 50 kg,    a = 2,00 m,    l = 5,00 m,

Anche questo risultato conferma che la formula è giusta!

Si Svolge un esempio nella fig. (*) è rappresentata una trave lunga m 10, sulla quale agisce un carico di 200 kg, alla distanza di m 2,00 dall’appoggio A e di m 8,00 dall’appoggio B. Quali sono le grandezze delle reazioni di appoggio VA e VB?

Le grandezze delle reazioni di appoggio si calcolano con le formule sopra trovate. Si devono quindi sostituire in esse i seguenti valori: P = 200 kg,    a = 2,00 m,   b = 8,00 m,   l = 10,00 m. Per la reazione di appoggio VA

Per la reazione di appoggio VB

Ora si veda quali valori assumono le reazioni di appoggio quando il carico P = 200 kg è applicato nel punto centrale della trave.

Anche in questo caso si trovano le grandezze delle reazioni di appoggio applicando le formule di cui sopra, sostituendo in esse i seguenti valori: P = 200 kg,    a = 5,00 m,    b = 5,00 m,    l = 10,00 m.

Questi risultati si potevano evidentemente prevedere anche senza eseguire dei calcoli, poiché il carico di 200 kg viene equilibrato da due reazioni uguali VA e VB nei rispettivi appoggi A e B. Per una tale condizione di carico, che si dice “condizione di carico simmetrica”, le reazioni degli appoggi sono sempre uguali, e precisamente ciascuna di esse è uguale alla metà del carico complessivo. In questi semplicissimi esempi svolti si trova sempre confermata la regola che la somma delle reazioni degli appoggi VA e VB, è uguale al carico P; si ha cioè che:

VA + VB = P

Ne risulta che per gli esempi svolti finora si ha che:

per il primo esempio: P = 160 kg + 40 kg = 200 kg

per il secondo esempio: P = 100 kg + 100 kg =200 kg

Questo fatto si può utilizzare come controllo dei calcoli precedenti. Invece di VA + VB = P, si può anche scrivere, portando VB oppure VA, nel secondo membro dell’equazione:

VA = P – VB   oppure    VB = P – VA

Quindi, se si conosce una delle reazioni di appoggìo, si può calcolare l’altra con queste semplici formule. Nel primo esercizio svolto si poteva determinare la reazione di appoggio VB, dopo aver trovato VA = 160 kg: nel seguente modo: VB = P – VA = 200 kg -160 kg = 40 kg. Si noti che nei calcoli svolti finora si è trascurato il peso proprio della trave. In precedenza si è detto che, per semplificare gli esempi di calcolo delle travi, si immaginavano queste ultime, in un primo tempo, come prive di peso. Nei casi pratici, invece, bisogna sempre tenere conto del peso proprio delle travi, ciò non presenta d’altronde alcuna difficoltà, come si vedrà negli esempi che verranno svolti qui di seguito.

Trave su due appoggi con diversi carichi applicati

Se sopra di una trave agiscono parecchi carichi, ad esempio tre come nella figura seguente fig. (*), le reazioni di appoggio si calcolano sempre come si è esposto precedentemente. Si applica sempre la regola che la somma di tutti i momenti, rispetto ad un qualsiasi punto, deve essere uguale a zero.

Si calcoli anzitutto questa somma ΣM rispetto all’appoggio B. Distinguemmo i vari carichi con un indice (1, 2, 3, ….) le distanze dei carichi stessi dagli appoggi avranno gli stessi indici. La somma di tutti i momenti di rotazione attorno all’appoggio B deve essere uguale a 0; avremo quindi:

Si risolva I’equazione rispetto a VA. Si trasportano anzitutto tutti i termini che non contengono la reazione cercata VA nel secondo membro, a destra, dell’equazione:

Con questa formula si può calcolare la reazione VA. In pratica succede spesso di avere delle travi con un numero molto maggiore di carichi. Ad esempio, su un ponte ferroviario ogni ruota di un treno costituisce uno di tali carichi P.

Sarebbe perciò molto lungo scrivere per esteso la formula per il calcolo di VA. Si usa perciò la seguente notazione: cosi come per la somma di tutti i momenti si è adottata l’abbreviazione Σ M, scriveremo anche:

invece di

Il significato di Σ · b è quindi il seguente: tutti i carichi P-esimo, che agiscono sulla trave, debbono essere moltiplicati ciascuno per la rispettiva distanza b-esimo dall’appoggio B, e tutti i prodotti così ottenuti debbono essere sommati. La formula che dà la reazione di appoggio VA è quindi la seguente:

La formula quindi che dà la reazione di appoggio VB, sarà analogamente:

Si svolga un esempio numerico. Quali sono le grandezze delle reazioni di appoggio VA e VB nella trave rappresentata nella fig. (*), sulla quale agiscono quattro carichi, e precisamente P1 = P2 = 10 kN  e  P3 = P4 = 5 kN ?

Quando i carichi sono molto elevati, si usa, come unità di misura, il chilo-Newton (abbreviazione: kN). È noto che 9,8 kN = 1000 kg per approssimazione si scrive che 1000 kg siano pari 10 kN. Se adottassimo come unità di misura il kg, nei calcoli si avrebbero dei numeri molto elevati; il calcolo riuscirebbe laborioso, e sarebbe facile incorrere in errori. La grandezza delle reazioni di appoggio VA e VB si trova con le rispettive formule sopra trovate. Si Calcoli anzitutto la reazione di appoggio VA: Dobbiamo moltiplicare ogni carico P per la sua distanza b dall’appoggio A, e quindi sommare tutti questi prodotti:

Allo stesso modo si calcola la reazione di appoggio VB, con la formula corrispondente:

Si esegue, per maggiore sicurezza, anche il solito calcolo di controllo, secondo la regola, per cui la somma di tutti i carichi sulla trave deve essere uguale alla somma delle due reazioni:

Il calcolo è stato dunque eseguito bene.

La seconda condizione di equilibrio

Prima di parlare della seconda condizione di equilibrio, è opportuno fare un breve riepilogo di quello che è stato enunciato riguardo la prima condizione di equilibrio; espressa dalla formula Σ M = 0. Questa condizione dice che lo somma di tutti i momenti, che tendono a far girare la trave, attorno a qualsiasi punto di essa, deve essere uguale a zero, affinché la trave si trovi in equilibrio. Ogni momento tende a far ruotare il corpo sul quale esso agisce, e la rotazione non avviene, cioè il corpo rimane in equilibrio, solo quando un momento di uguale grandezza agisce sul corpo in senso contrario. Poiché due momenti di uguale grandezza agenti in senso contrario sono espressi da numeri preceduti da segni contrari, la loro somma è uguale a zero. Questo è il significato della prima condizione di equilibrio. Applicando questa condizione, si è potuto determinare dapprima la reazione dell’appoggio di una altalena bascullante e quindi le reazioni nei due appoggi di una trave. Per il calcolo delle reazioni nel caso di una trave su due appoggi caricata con un solo carico, si sono applicato le formule:

e quindi anche le formule, che danno le reazioni degli appoggi quando, sulla trave agiscono diversi carichi:

Si sono anche verificati i risultati del calcolo delle reazioni degli appoggi eseguito con le predette formule, in base alla condizione già trovata anche nel caso dell’altalena bascullante, per cui, per avere l’equilibrio, la somma delle forze dirette verso il basso deve essere uguale alla somma delle forze dirette verso l’alto. Precedentemente si è citato l’esempio dell’uomo che mantiene sollevata l’asse di una altalena bascullante, che tende ad abbassarsi. L’uomo deve, in tal caso, esercitare uno sforzo, diretto verso l’alto, uguale al carico (peso) sospeso all’asse e che tende ad abbassarla. Questa condizione, che è altrettanto importante tanto quanto la prima condizione di equilibrio, costituisce la seconda condizione di equilibrio, e viene espressa come segue:

La somma di tutte le forze, agenti verticalmente verso il basso su un corpo (trave) in equilibrio (in stato di quiete), è uguale alla somma di tutte le forze agenti verticalmente sul corpo stesso e dirette verso l’alto.

Nella Statica si usa considerare come positive le forze che agiscono verticalmente e sono dirette verso l’alto (con segno +) e come negative le forze agenti verticalmente verso il basso (con segno -). Si può quindi esprimere la seconda condizione di equilibrio anche nel seguente modo:

La somma di tutte le forze, agenti verticalmente su un corpo (trave) in equilibrio (allo stato di quiete), deve essere uguale a zero.

Se si indicano genericamente le forze verticali con la lettera (come si è sottinteso negli esempi precedentemente svolti), la seconda condizione di equilibrio potrà essere espressa con la formula:

ΣV = 0

Nell’impiego di questa formula bisogna ricordarsi di scrivere tutte le forze precedute dal rispettivo segno, corrispondente al senso della loro direzione, cioè con il segno +, quando sono rivolte verso l’alto e con il segno -, quando sono rivolte verso il basso. Detto ciò, quindi, se ad esempio, si applica la seconda condizione di equilibrio all’ultimo esercizio svolto si scrive:

Il calcolo può essere, eseguito anche nel modo seguente: Forze che agiscono verso l’alto

Forze che agiscono verso il basso

La somma di tutte le forze verticali agenti verso l’alto è dunque uguale alla somma di tutte le forze verticali agenti verso il basso; la seconda condizione di equilibrio è quindi soddisfatta.

I momenti flettenti nelle travi su due appoggi

Fino adesso si è visto come una trave su due appoggi si trovi in equilibrio, ciò che significa che la somma dei momenti flettenti dovuti al carico P ed alle reazioni degli appoggi VA, VB, è uguale a zero. Il carico sulla trave non provoca nessuna rotazione di questa, ma, esattamente come si verifica nella trave a sbalzo, esso provoca una incurvatura o flessione della trave. Una trave sottoposta ad un carico collocato in mezzeria si inflette come è rappresentato nella figura seguente per mezzo della linea continua, la quale tuttavia esagera la grandezza della incurvatura, che in realtà sarà minore.

È noto che una inflessione è sempre l’effetto di momenti flettenti. Questi momenti flettenti, e soprattutto il massimo di essi, devono essere conosciuti, per potere calcolare le necessarie dimensioni della trave, affinché essa possa resistere al carico. Si è visto già come si calcolano i momenti flettenti nelle travi a sbalzo. Ci si chiede perciò come si calcolano nelle travi su due appoggi. Quando un carico concentrato P è applicato fig. (*) sulla mezzeria della trave, le reazioni dei due appoggi, come si già appurato, sono uguali tra loro e ciascuna di esse è precisamente uguale alla metà del carico applicato; si ha cioè:

Si consideri ora una metà della trave e precisamente la metà a destra del carico. La linea a mano libera tracciata nella fig. (*), in corrispondenza della forza P, vuole indicare che si immagina di aver tagliato in tale punto la trave e che la metà destra sia incastrata nel punto stesso dove è applicato il carico P. La metà destra della trave costituisce quindi una trave a sbalzo (come si vede nella fig. ), caricata alla sua estremità libera con una forza diretta verso l’alto uguale alla reazione di appoggio VB = P / 2. Se si capovolge il disegno, si osserva in detta figura capovolta la linea curva a tratti e punti che rappresenta una trave a sbalzo inflessa, caricata dall’alto. La metà destra della trave rappresentata in fig.(*) si comporta dunque esattamente come una trave a sbalzo incastrata nel punto di applicazione del carico; il momento flettente in una trave su due appoggi caricata da un carico unico sulla mezzeria è esattamente uguale al momento flettente di una trave a sbalzo lunga la metà della prima, che alla estremità libera è sollecitata da un carico diretto verso l’alto. Questo carico diretto verso l’alto è, in questo caso, la reazione di appoggio VB (invece di VB si può scrivere anche P/2, ed il braccio di leva di questo carico, rispetto all’incastro, è uguale alla metà della lunghezza della trave su due appoggi, cioè è uguale a l/2). Il momento flettente nel centro della trave, cioè nella sezione di incastro della trave a sbalzo immaginata, sarà:

Se ora si vuole sapere la grandezza del momento flettente in qualsiasi altro punto della trave, punto che indicheremo con X, ad una distanza che chiameremo x dall’appoggio, si procederà in modo simile a quello usato per il calcolo del momento nel centro della trave. Quindi immaginiamo di tagliare la trave nel punto X e che la parte a sinistra di X venga incastrata nel punto X stesso fig. (*). Otteniamo allora una trave a sbalzo di lunghezza x, alla cui estremità libera agisce un carico diretto verso l’alto. Questo carico è la reazione di appoggio VAche, evidentemente, è uguale a P/2. Il momento flettente della sezione distante x da A sarà perciò:

La lettera x posta in basso dopo M significa che M è il momento flettente della trave alla distanza x dall’appoggio sinistro A. Nello stesso modo si possono calcolare i momenti flettenti in tutti i punti della trave. Se poi, in corrispondenza di ogni punto della trave, si rappresenta graficamente, con un segmento perpendicolare alla trave, il valore del momento flettente trovato, si ottiene il diagramma triangolare dei momenti flettenti rappresentato nella fig. (*). Ciascuna metà di questo diagramma dei momenti flettenti, corrispondente ad una metà della trave, deve avere, secondo quanto si è detto, la stessa forma del diagramma dei momenti flettenti di una trave a sbalzo, che porta un carico alla sua estremità libera.

Il procedimento della sezione

Da quanto esposto fin qui si vede come sia stato opportuno che, per procedere nello studio della Statica, conoscere anzitutto la trave a sbalzo ed i calcoli relativi ad essa. Infatti, con le nozioni apprese sulla trave a sbalzo, si è passati a calcolare senza difficoltà anche i momenti flettenti e le reazioni di appoggio che si hanno nelle travi su due appoggi. A tale scopo, per calcolare il momento flettente in un qualsiasi punto della trave, basta immaginare di tagliare in due pezzi la trave nello stesso punto e considerare uno dei due tronchi di trave come una trave a sbalzo incastrata. Questo procedimento per il calcolo dei momenti flettenti si dice “procedimento della sezione”. Con questo procedimento si possono determinare i momenti flettenti anche nel caso in cui il carico non è applicato sulla mezzeria della trave. Si esamini ora questo caso: Si consideri, quindi, una trave su due appoggi, sulla quale è applicato un solo carico concentrato P, alla distanza a dall’appoggio A e alla distanza b dall’appoggio B figura (*). Per determinare il momento flettente nella sezione della trave in corrispondenza del punto in cui è applicato il carico P, si immagini di tagliare la trave nel punto stesso, o, come si dice, di sezionarla. È indifferente, se dei due tronchi di trave ottenuti con il sezionamento si considera quello a destra o quello a sinistra; infatti, in entrambi i casi per il suddetto momento flettente si otterrà sempre lo stesso valore.

Tronco di trave a sinistra:

Si immagini il tronco della trave, a sinistra, incastrato nel punto dove è applicato il carico P. L’unica forza che agisce su tale tronco è allora la reazione di appoggio VA e la sua distanza dalla sezione di incastro è a, cosicché il momento flettente in detta sezione è:

Al posto di VA possiamo scrivere il rispettivo valore dato dalla formula ricavata in precedenza, ovvero:

quindi sostituendo

Tronco di trave a destra:

Si immagini ora incastrato, nel punto dove è applicato il carico, il tronco destro della trave, ottenuto con il sezionamento. Su questo tronco agisce la reazione di appoggio VB, la cui distanza dalla sezione di incastro è b. AI posto di VB si può scrivere il rispettivo valore dato dalla formula ricavata in precedenza:

si ha perciò:

In entrambi i casi abbiamo ottenuto lo stesso valore del momento flettente, poiché (P · b · a) è uguale a (P · a · b). Se si vuole dunque calcolare un momento flettente, si può immaginare come una trave incastrata tanto il tronco destro, quanto quello sinistro e farne il calcolo del momento flettente all’incastro. Come si vedrà in seguito, si sceglie sempre, per ragioni pratiche, il tronco per il quale il calcolo riesce più semplice. Si calcoli ora il momento flettente in una sezione che si trovi ad una qualsiasi distanza x dall’appoggio A. Questo momento flettente è, come già si è visto, MX VA · x.Al posto di VA si può scrivere, secondo le formule che già si sono utilizzate per il calcolo delle reazioni, P · b / l, cosicché avremo:

Il diagramma dei momenti flettenti dovuti ad un solo carico concentrato è rappresentato nella fig. (*). Si esaminano anche in questo caso degli esempi numerici allo scopo di impratichirci. Si determinino i momenti flettenti per la trave, rappresentata nella fig. (*), portante un carico P = 600 kg. Si disegni anche il diagramma di detti momenti flettenti. Si calcolano anzitutto le reazioni degli appoggi:

Si verifichino questi risultati: VA + VB deve essere uguale a P; 400 kg + 200 kg = 600 kg; esatto! La distanza del carico P dall’appoggio A è a = 4,00 m; dall’appoggio B tale distanza è invece b = 8,00 m. Il momento flettente Ma, nel punto di applicazione del carico, deve essere uguale al momento flettente Mb pure nello stesso punto. Poiché:

ed essendo anche

sarà anche Ma = Mb. Si calcoli ora questo momento flettente.

Non occorre esprimere le reazioni VA e VB con le relative formule, ma si possono scrivere i loro valori già trovati:

ed anche, se si considera il tronco destro della trave:

Si Calcoli ora il momento flettente che si ha nel punto posto alla distanza x = 2,00 m dall’appoggio A: Si immagini ancora una volta di sezionare la trave in tale punto e che il tronco che ne risulta, della lunghezza di m 2,00, venga incastrato nel punto dove si è immaginato il sezionamento. Il momento flettente sarà in tale punto, come già si è visto:

Se si vuole conoscere anche la grandezza dei momenti flettenti negli altri punti della trave, non occorrerà eseguire il calcolo per ognuno dei vari punti. Sarà molto più semplice disegnare il diagramma dei momenti flettenti, sul quale si potrà leggere senz’altro la grandezza del momento flettente in qualsiasi punto della trave. Si esegua dunque il disegno del diagramma del momenti flettenti. Esattamente al di sotto della trave AB si traccia un segmento O – O orizzontale, della stessa lunghezza della trave. Su tale segmento sia C il punto sottostante a quello in cui il carico P agisce sulla trave. Da questo punto C si traccia, perpendicolarmente al segmento O – O e verso il basso, un segmento che rappresenti il momento flettente Ma = 1600 kgm. La scala, in cui vengono rappresentati i momenti flettenti, sia 1 mm = 100 kgm. In corrispondenza del punto C si dovrà dunque riportare verticalmente, verso il basso, un segmento di 16 mm, che rappresenta un momento flettente di 1600 kgm. Si congiungano l’estremità inferiore C del segmento verticale lungo 16 mm con gli estremi O. Si è così ottenuto il diagramma triangolare rappresentato con tratteggio nella fig. (*). Da questo diagramma si possono rilevare i momenti flettenti relativi a tutti i punti della trave. Se, ad esempio, si vuole sapere quale è la grandezza del momento flettente nella sezione a m 2,00 di distanza dall’appoggio B, si misurerà, in corrispondenza di tale distanza, l’altezza del diagramma dei momenti flettenti; essa è precisamente di 4 mm. Il momento flettente sarà quindi di 400 kgm. Si può ora constatare che non sarebbe stato necessario calcolare il momento flettente per il punto posto alla distanza x = 2,00 m dall’appoggio A, perché si sarebbe potuto misurare direttamente sul diagramma. Anche nelle travi su due appoggi, come nelle travi a sbalzo incastrate ad una estremità, si verifica che i diagrammi dei momenti flettenti presentano, in corrispondenza ai punti di applicazione dei singoli carichi, delle deviazioni brusche nella loro linea di contorno, cioè dei punti di cuspide. In corrispondenza ai tratti di trave dove non è applicato alcun carico, la superficie dei diagrammi dei momenti flettenti è limitata da segmenti rettilinei.

Sollecitazioni di trazione e di compressione nel corpi caricati per flessione

Nella trattazione fatta sulla “Resistenza dei Materiali”, si è visto che in una trave inflessa, dalla parte della concavità si hanno nel materiale delle sollecitazioni di compressione, e dalla parte della convessità si hanno invece delle sollecitazioni di trazione. Ciò, perché la convessità della trave è sempre una conseguenza dello stiramento del materiale (cioè delle sue fibre) per effetto delle sollecitazioni di trazione, mentre la concavità è dovuta ad accorciamento delle fibre del materiale, provocato da sollecitazioni di compressione.

Quando una trave su due appoggi od una trave a sbalzo viene così piegata, da presentare una convessità nella parte inferiore, in tale parte agiranno delle sollecitazioni di trazione, mentre sulla parte superiore agiranno delle sollecitazioni di compressione. L’inflessione della trave su due appoggi verso il basso è dovuta ad un carico applicato dall’alto, come di solito avviene fig. (*); un’inflessione di una trave a sbalzo dal basso verso l’alto, come si vede nelle fig. (*), si verifica invece, quando alla trave sono applicate delle forze con direzione dal basso verso l’alto, come evidentemente può accadere soprattutto nelle costruzioni edili. Il caso contrario è rappresentato nella fig. (*). Qui la trave su due appoggi e la trave a sbalzo vengono piegate in modo, da presentare la concavità in basso e la convessità in alto; si avranno quindi delle sollecitazioni di trazione nella parte superiore delle travi, e delle sollecitazioni di compressione nella parte inferiore. La trave su due appoggi dovrebbe, in questo caso, essere sollecitata dal basso verso l’alto, e la trave a sbalzo sollecitata dall’alto verso il basso fig. (*).

Momenti di rotazione e momenti flettenti

Nelle travi a sbalzo rappresentate nelle fgg.(**) precedenti, sono state indicate con frecce curve, non solo il momento applicato a ciascuna trave dovuto al carico, ma anche un secondo momento in senso contrario, segnato posteriormente all’incastro. Quale relazione hanno i due momenti indicati, per ciascuna delle travi a sbalzo rappresentate nelle figg. (**)? In precedenza si è visto il significato della causa che provoca la flessione di un trampolino, e si è data anche la formula M = P · a  per il calcolo della forza che provoca tale flessione, forza il cui valore è determinato dal prodotto Carico x Distanza da un punto prestabilito. Nelle assi della altalena bascullante, di cui si è già parlato, il prodotto Carico x Distanza è stato denominato “momento di rotazione” e non “momento flettente“. Infatti è evidente che il carico posto sul braccio di una altalena bascullante tende a fare ruotare l’altalena stessa attorno al centro di rotazione. È anche evidente che la rotazione non ha luogo, quando l’asse della altalena bascullante è in equilibrio, cioè quando sull’altro braccio dell’asse agisce un momento di rotazione di uguale grandezza e di senso opposto. La prima condizione di equilibrio espressa da ΣM = 0 è stata riconosciuta valida per il caso considerato dell’asse della altalena. L’asse della altalena bascullante che si trovi in equilibrio non compie alcuna rotazione, ma viene inflessa. Qual è la grandezza del momento flettente che provoca tale flessione? Esso è uguale a ciascuno dei due momenti di rotazione. Il momento flettente ed il momento di rotazione sono di uguale grandezza, ma hanno due diversi significati: il momento di rotazione tende a far ruotare l’asse che costituisce l’altalena bascullante, il momento flettente ne provoca la flessione o incurvatura. Il momento flettente agisce solo quando l’asse si trova in condizione di equilibrio, cioè quando non è possibile alcuna rotazione; poiché sulla altalena bascullante agiscono due momenti di rotazione di uguale grandezza e di senso opposto. È evidente che la prima condizione di equilibrio è da interpretare nel senso che la somma di tutti i momenti di rotazione sia uguale a zero, ma che però, nello stesso tempo e precisamente per tale ragione, i corpi in equilibrio vengano ad essere sollecitati da momenti flettenti. Ciò risulta anche dalle fìg. (*), dove è rappresentata una barretta che viene piegata con le due mani. È anche evidente tra l’altro che con una mano sola la barretta non può essere piegata, ma può essere solo fatta ruotare. Per piegarla, quindi, entrambe le mani devono cercare contemporaneamente di fare ruotare la barretta, con uguale forza, in senso contrario. La fig. (*) mostra precisamente due momenti di rotazione di uguale grandezza e di senso contrario, i quali solo agendo contemporaneamente provocano la flessione ovvero l’incurvatura della barretta. Con questo esempio semplicissimo si è data la percezione dell’azione in senso opposto di due momenti di rotazione; ciò accade in tutte le travi a sbalzo e in tutte le travi su due appoggi caricate ed in equilibrio: in tutti i casi pratici si hanno sempre due momenti di rotazione di uguale grandezza e di senso opposto. Da quanto si è detto finora è evidente che, nella Statica, la quale si occupa solo di quelle forze che non provocano movimento, ma mantengono gli elementi delle strutture e le parti costruttive in stato di quiete, ovvero in equilibrio, non si avrà mai a che fare con singoli momenti di rotazione, ma sempre con momenti di rotazione, di senso opposto, e di uguale grandezza, appaiati fra loro, che insieme non danno luogo quindi a nessuna rotazione, bensì ad una flessione.

La fig. (*) serve a chiarire la natura del fenomeno dell’incurvatura, ed a vedere il gioco delle forze interne in ciascuna sezione di una trave incurvata. Da questa figura si vede con chiarezza da quale parte la barretta piegata sia sollecitata a trazione e da quale parte sia invece sollecitata a compressione. Nella figura in basso, inoltre si vede che il momento applicato a sinistra è diretto verso destra o, come si dice, è destrorso (di senso uguale al movimento delle lancette dell’orologio), mentre quello applicato a destra tende a provocare una rotazione verso sinistra, cioè è sinistrorso. Questo ultimo caso è identico a quello che si verifica in una trave su due appoggi caricata con una forza diretta dall’alto verso il basso; infatti tale trave viene piegata nello stesso modo dalle reazioni di appoggio e precisamente, alla estremità sinistra da una forza diretta verso destra, ed alla estremità destra da una forza diretta verso sinistra. Come la trave su due appoggi quando questa viene tesa nella parte inferiore e compressa nella parte superiore.


Momenti flettenti positivi e negativi

Per potere sempre determinare con sicurezza quale delle due parti della trave sia sottoposta a trazione e quale a compressione, si stabilisce che i momenti flettenti che danno luogo ad una sollecitazione di trazione nella parte inferiore della trave siano considerati positivi, e quindi contraddistinti con il segno (+), e che i momenti flettenti che danno invece luogo ad una sollecitazione di trazione nella parte superiore della trave siano considerati negativi, e quindi contraddistinti con il segno (-).Si possono quindi dare le seguenti importantissime regole in rapporto ai segni che precedono l’indicazione della grandezza dei momenti flettenti: I momenti flettenti sono considerati positivi, quando il momento di rotazione applicato a sinistra tende a provocare una rotazione verso destra, ed il momento di rotazione applicato a destra tende a provocare una rotazione verso sinistra: quindi brevemente: da sinistra a destra e da destra a sinistra … +. Graficamente viene rappresentato nel modo seguente:

I momenti flettenti sono considerati negativi, quando il momento di rotazione applicato a sinistra tende a provocare una rotazione verso sinistra, ed il momento di rotazione applicato a destra tende a provocare una rotazione verso destra; quindi brevemente: da sinistra a sinistra e da destra a destra … -. Graficamente viene rappresentato nel modo seguente:

È interessante fare una ulteriore considerazione sul fatto che si sia dovuto distinguere la diversa natura dei momenti di rotazione e dei momenti flettenti. Essi sono, come si è già detto, di grandezza uguale, ma i loro effetti sono diversi: l’effetto dei momenti di rotazione è una rotazione e l’effetto dei momenti flettenti è una flessione. Perciò non ci si deve confondere circa la regola dei segni + o – da premettere ai momenti, regola che già si conosce attraverso gli esempi svolti in precedenza. Fino ad ora si è trattato, a proposito della condizione di equilibrio espressa da ΣM = 0, di momenti di rotazione e la regola circa il segno da premettere si è basato esclusivamente sul senso della rotazione provocata dal momento di rotazione; infatti, negli esempi svolti ci si è semplicemente domandati: – In quale direzione il momento di rotazione tende a fare girare la trave o parti di essa? – Se tende a farla girare nel senso delle lancette dell’orologio, cioè verso destra, allora il momento è positivo e ad esso si fa precedere il segno +; se invece il momento tende a provocare una rotazione in senso contrario a quello delle lancette dell’orologio, cioè verso sinistra, il momento di rotazione è da considerarsi negativo e ad esso si fa precedere il segno -. Ora invece non si tratta più di momenti di rotazione e del loro effetto. Ora ci si chiede invece: – In quale parte della trave il momento flettente da luogo a sollecitazioni di trazione? – Se queste si verificano nella parte inferiore della trave, allora il momento flettente è considerato positivo e va preceduto dal segno +; se il momento flettente provoca invece delle sollecitazioni di trazione nella parte superiore della trave, esso va considerato negativo e va preceduto dal segno -. Si Svolga adesso un esempio per vedere quale sia l’importanza di attribuire ai momenti flettenti il segno esatto. Quindi, si calcolano i momenti flettenti che agiscono sulla trave su due appoggi rappresentata nella fig. (*). Si deve anzitutto, come sempre in questi calcoli, determinare le forze che mantengono in equilibrio Ia trave, cioè si devono determinare le reazioni degli appoggi.

A tale scopo si applicano le formule che già si conoscono:

Sostituendo i valori dati

Si verifichi il risultato ottenuto, infatti deve essere ΣV = 0.

Le reazioni degli appoggi sono quindi state calcolate esattamente. Si Calcola ora, con il procedimento della sezione, il momento flettente nella posizione 1: si immagina cioè di avere sezionato la trave in questa posizione ed immagini anche che il tronco a sinistra sia una trave a sbalzo incastrata nelle posizione 1; si avrà, che:

Si è fatto precedere il valore del momento flettente dal segno + (positivo) perché la forza VA tende a piegare il tronco di trave in modo tale da avere delle sollecitazioni di trazione nella parte inferiore. Si Calcoli ora il momento flettente nella posizione 2. Si immagina di tagliare in questa posizione la trave ed inoltre si immagini anche che il tronco a sinistra della trave tagliata sia incastrato nella posizione 2 fig.(*). Si ha quindi una trave a sbalzo sulla quale sono applicati due carichi e cioè VA e P1. Questi due carichi agiscono secondo due opposte direzioni, poiché infatti VA agisce verso l’alto e P1 agisce verso il basso. La forza VA dà luogo con un braccio di leva di 6,00 m, ad un momento flettente positivo, perché esso tende ad inflettere la trave a sbalzo nel senso positivo verso l’alto. La forza P1 tende invece a piegare la trave a sbalzo in senso contrario, e cioè verso il basso. La forza P1, applicata ad una distanza di m 3,00 dalla posizione 2 dà luogo ad un momento flettente negativo. Avremo cioè che:

Questo momento flettente si sarebbe potuto calcolare anche più facilmente, se invece del tronco a sinistra della trave tagliata si considerava il tronco a destra fig. (*). Infatti sul tronco a destra del taglio immaginario agisce solo la forza VB. Questa forza VB dà luogo ad un momento flettente positivo, come risulta dalla fig. (*). ovvero:

Si è dunque calcolato lo stesso momento flettente M2 già trovato in precedenza, ma in modo più semplice. In tali calcoli conviene infatti sempre considerare il tronco di trave sul quale è applicato il minore numero di carichi. Il calcolo dei momenti flettenti, considerando prima il tronco a destra e poi quello a sinistra, costituisce un buon metodo di verifica della esattezza dei calcoli, poiché il risultato ottenuto considerando uno dei due tronchi deve essere uguale al risultato ottenuto considerando l’altro tronco. Nella fig. (*) si è tracciato il diagramma dei momenti flettenti che agiscono verso il basso su tutta la sua lunghezza; in tutte le posizioni si hanno quindi delle sollecitazioni di trazione nella parte inferiore della trave, cioè in tutte le posizioni i momenti flettenti saranno positivi, come del resto risulta già anche dai calcoli eseguiti. Per tracciare il diagramma, si sono quindi portati i valori calcolati dei momenti flettenti verso il basso, a partire dalla retta di riferimento O – O. Quando in una trave si hanno dei momenti negativi, nel relativo diagramma essi vengono riportati verso l’alto, sempre a partire dalla retta O – O di riferimento. Si svolga un ulteriore esempio quasi simile al precedente. Si calcolano i momenti flettenti per la condizione di carico rappresentata nella fig. (*).

Si scrivano anzitutto nel disegno le distanze di ogni carico dagli appoggi, perché tali distanze sono utili per la determinazione delle reazioni degli appoggi. Si Calcolano dunque queste reazioni come già si è fatto negli esempi precedenti. Per VB e VA avremo:

Si verifichi il risultato ottenuto. Deve essere ΣV = 0.

Esatto ! Si Calcolano ora i momenti flettenti con il noto procedimento della sezione. Momento flettente nella posizione 1

Momento flettente nella posizione 2

Momento flettente nella posizione 3

L’ultimo di questi momenti flettenti si poteva calcolare più facilmente, considerando il tronco della trave a destra della sezione di taglio, ovvero:

Con i valori di questi tre momenti flettenti si può ora disegnare il diagramma. Nella trave considerata in questo esempio la sezione pericolosa si trova nella posizione 2, poiché in essa, come risulta dal diagramma, si ha il massimo momento flettente. Si faccia un ulteriore esempio. Su una trave di 12 m di lunghezza sono applicati i carichi concentrati, alla distanza di 2,00 m l’uno dall’altro. Questi carichi sono di uguale grandezza e precisamente di 40 kN fig. (*). Si calcolino i momenti flettenti e si disegni il loro diagramma.

Si calcolano le reazione degli appoggi. Poiché questa condizione di carico è simmetrica, cioè ad ogni carico applicato a sinistra della mezzeria della trave corrisponde un carico uguale, ad una stessa distanza, a destra della mezzeria, le due reazioni di appoggio sono uguali, e ognuna di esse è uguale alla metà della somma di tutti i carichi:

Questo risultato può essere verificato anche applicando le formule che già si conoscono ovvero:

Si Calcolano ora i momenti flettenti con il procedimento della sezione. Momento flettente nella posizione 1, 2 e 3.

Non occorre che si calcolano i momenti flettenti per gli altri punti di applicazione dei carichi, perché, essendo il carico simmetrico, anche i momenti flettenti sono simmetrici. Si avrà perciò M4 = M3, M2 = M5 e M1 =M6, e quindi M4 = 360 kNm, M5 = 280 kNm, M6 = 120 kNm. Nella fig. (*) il diagramma dei momenti flettenti è stato disegnato nella scala 1 mm = 10 kNm. In questo esempio il massimo momento flettente, e quindi anche la sezione pericolosa non si ha solo in una posizione ma sull’intero tratto lungo 2,00 m, dal punto 3 fino al punto 4, il quale risulta perciò sottoposto alla massima sollecitazione di flessione e nel quale il pericolo di rottura è uguale per tutta detta lunghezza.

2 – STATICA facile

La trave su due appoggi con carico uniformemente distribuito

Finora abbiamo considerato solo dei carichi concentrati, cioè dei carichi applicati a singoli punti di una trave. I carichi P, ed anche le reazioni degli appoggi A e B sono carichi concentrati. Una trave, però, può essere caricata anche diversamente, e cioè con un carico uniformemente distribuito. Nell’ultimo esempio svolto abbiamo considerato un gran numero di carichi concentrati uguali fra di loro e distribuiti uniformemente su tutta la lunghezza della trave. Si trattava però sempre di carichi concentrati, le cui distanze dagli appoggi potevano essere esattamente misurate, rendendo cosi possibile il calcolo dei momenti flettenti sui punti di applicazione dei singoli carichi. Il diagramma dei momenti è cosi risultato formato da una linea spezzata con i vertici particolarmente vicini fra di loro. Se adesso immaginiamo di aggiungere, l’uno accanto all’altro, un gran numero di carichi concentrati uguali fra loro, ad esempio disponendo l’uno accanto all’altro, su una trave in ferro a doppio T appoggiata alle due estremità, una serie di sacchi di sabbia, come abbiamo indicato nella fig. (*), avremo su detta trave un carico uniformemente distribuito. Utilizzeremo dei disegni schematici, relativi ai calcoli statici, quindi tali carichi saranno rappresentati da superfici rettangolari con tratteggio verticale formato da tanti piccoli carichi concentrati fig. (*) .


Molto spesso si deve considerare come carico uniformemente distribuito anche il peso proprio di corpi a forma di asta di sezione costante. In realtà, a volere essere molto precisi, ogni corpo, quando non sia appoggiato verticalmente, viene sollecitato per flessione dal suo proprio peso. Abbiamo sicuramente avuto occasione di osservare l’incurvatura dovuta precisamente al peso proprio di un’asse appoggiata su due appoggi distanti, o di una sbarra profilata appoggiata su due cavalletti fig. (*).

Non verrà però certamente in mente a nessun tecnico di considerare, ad esempio, il peso proprio, nel caso di un perno di breve lunghezza e fortemente sollecitato alla flessione da carichi esterni. Se si tratta invece di un’asta di grande lunghezza, di assi molto pesanti, o di una lunga trave, nei calcoli occorre sempre tenere conto del loro peso proprio. In generale, si può dire quanto segue: Quando il peso proprio di un organo di macchina, o di un elemento di una struttura è piccolo in confronto agli altri carichi che agiscono sul corpo, esso può essere trascurato nei calcoli statici di resistenza, poiché in tali calcoli si introduce sempre un sufficiente coefficiente di sicurezza, con il quale si tiene implicitamente conto anche dell’influenza del peso proprio. Se però il peso proprio è così elevato da influire notevolmente sulla grandezza delle sollecitazioni unitarie che si sviluppano nell’elemento strutturale o nell’organo di macchina, esso va naturalmente considerato nei calcoli. Quando il carico uniformemente distribuito non si estende su tutta la lunghezza della trave, ma solo su un certo tratto di essa, si dirà che la trave è sottoposta ad un carico uniformemente distribuito parziale fig. (*).

Su questa condizione di carico, che si presenta spesso nelle costruzioni, ritorneremo a parlarne più dettagliatamente. Per ora, vediamo, con alcuni esempi, come si calcola una trave su due appoggi con carico distribuito uniformemente su tutta la sua lunghezza. Vediamo anzitutto come determinare il peso totale che agisce sulla trave e le reazioni degli appoggi. Per rende chiari i problemi da risolvere, come abbiamo fatto frequentemente in precedenza, svilupperemo gli esempi di calcolo semplificandoli al massimo, anche se in tale modo non corrispondano, in tutti i particolari, ai reali casi pratici.

Il calcolo delle reazioni degli appoggi

Prendiamo come primo esempio una asta di acciaio omogeneo, del diametro di 70 mm, è appoggiata liberamente alle due estremità in due supporti fig. (*).

Calcoliamo anzitutto il peso di un tronco lungo m 1 di acciaio tondo, del diametro dell’asta. Dobbiamo per prima cosa determinare il volume di tale tronco di asta. Dal punto di vista geometrico si tratta di un corpo cilindrico, di cui sappiamo calcolare il volume utilizzando la formula

In questo caso abbiamo che d = cm 7 ed h = cm 100. Si avrà quindi che

Il peso specifico dell’acciaio è 7,85 kg/dm3, cosicché il peso dell’asta per ogni metro lineare è di:

Per indicare il peso proprio per ogni metro o, come si usa dire, il “peso al metro lineare”, useremo la lettera q; il peso proprio dell’intera asta la indicheremo con Q. Il risultato del calcolo finora eseguito è quindi: q  = 30 kg/m (il tratto inclinato fra l’indicazione kg e m non deve essere mai tralasciato; esso significa “per ogni”; non essendoci il tratto l’indicazione kgm indicherebbe come ben sappiamo già le dimensioni di un momento flettente). Poiché 1,00 m di acciaio tondo ha il peso q l’asta (considerata dal punto di vista della Statica come una trave), presenta una distanza libera, o portata, fra gli appoggi l, il peso dell’intera asta, che interessa per il nostro calcolo statico, sarà

(Le estremità dell’asta che sporgono da ogni lato, oltre i centri dei supporti A e B, non vengono considerate nel calcolo, poiché il loro peso viene sostenuto direttamente dai supporti e non contribuisce perciò a sollecitare I’asta alla flessione). Il carico sull’asta è simmetrico; su ciascun supporto viene perciò a gravare la metà del peso dell’asta. Le reazioni degli appoggi sono perciò:

ed ugualmente

Poiché, per carichi uniformemente distribuiti, VA e VB risultano sempre uguali, si scrive brevemente:

Per l’esempio considerato, in tale formula si deve porre q = 30 kg/m ed l = 6000 mm = 6,00 m (nel caso di misure espresse in m, bisogna indicare sempre dopo il numero intero di metri, due cifre decimali, anche se si tratta, come ora, di un numero intero di metri e quindi le due cifre decimali risultano due zeri). Il peso dell’intero albero è quindi

Come si vede, il peso proprio è in questo caso talmente grande, da non potere essere trascurato nel calcolo del momento flettente. La grandezza delle due reazioni d’appoggio, dovute al peso proprio, può essere certamente precisata senza ricorrere al calcolo con formula. Le due reazioni sono fra di loro uguali e ciascuna di esse è precisamente uguale alla metà del peso Q ora calcolato, cioè uguale a 90 kg. Per controllo, ed a scopo di esercitazione, eseguiamo tuttavia anche il calcolo con la formula suddetta:

Risolveremo ora un altro esempio, in cui, al peso proprio costituente un carico uniformemente distribuito, si sovrappone un carico esterno concentrato. Sull’asta descritta nel precedente esempio, alla distanza di m 2,00 da un appoggio, è calettata una puleggia, il cui peso è di 45 kg fig. (*). Quali sono, in questo caso, le grandezze delle reazioni degli appoggi? Al peso proprio di 180 kg si aggiunge ora il peso della puleggia P = 45 kg: Anche quest’altro peso si distribuirà in parti uguali sui due appoggi? Per rispondere a questa domanda sarà opportuno disegnare prima lo schema dell’asta e della nuova condizione di carico, come si usa in Statica. Se consideriamo la fig. (*), nella quale è stato appunto riportato tale disegno schematico, ci accorgiamo subito che l’appoggio di sinistra A risulterà caricato per effetto della puleggia in misura maggiore dell’appoggio di destra B. La suddivisione in parti uguali del carico uniformemente distribuito costituito dal peso proprio dell’asta rimane inalterata. Calcoliamo dunque anzitutto, come nell’esempio precedente, le reazioni degli appoggi per il carico uniformemente distribuito, usando la formula che già conosciamo:

e determiniamo poi la distanza del carico P dall’appoggio B: essa è b = 6,00 m – 2,00 m = 4,00 m.

Se sull’asta agisse solo il carico concentrato P, la reazione ad esso dovuta, nell’appoggio A, sarebbe data dalla formula:

Poiché l’esempio prescrive di calcolare la reazione complessiva dovuta al peso proprio dell’asta ed al peso concentrato, dobbiamo sommare la due reazioni parziali, quella dovuta al peso proprio, e quella dovuta al carico concentrato; avremo perciò la reazione totale:

In questa espressione sostituiamo alle lettere i seguenti valori: q = 30 kg/m; l = 6,00 m; P = 45 kg; b = 4,00 m. Avremo:

In modo analogo troviamo:

Verifichiamo adesso se non siamo incorsi in qualche errore: la somma di tutti i carichi, cioè del peso proprio Q e del carico concentrato P è (180 + 45) kg = 225 kg., La somma delle due reazioni d’appoggio calcolate è VA + VB = 120 kg +105 kg = 225 kg, Il calcolo è dunque esatto, poiché lo somma di tutti i carichi è uguale alla somma delle due reazioni di appoggio.

I momenti flettenti nel caso del carico uniformemente distribuito

Dopo aver visto, fino ad adesso, come si calcolano le reazioni degli appoggi di una trave appoggiata sugli stessi e caricata con un carico uniformemente distribuito, vogliamo ora determinare i momenti flettenti che nascono per effetto di tale carico. Abbiamo già studiato, nelle pagine precedenti, come si calcolano i momenti flettenti in una trave sulla quale agiscono diversi carichi concentrati: si immagina di tagliare la trave nel punto, in cui si vuole determinare il momento flettente, e si immagina altresi pure che uno dei tronchi, cosi ottenuti, sia incastrato nella sezione del taglio; si considera quindi il tronco come una trave a sbalzo. Procederemo nello stesso modo per calcolare i momenti flettenti nelle diverse sezioni di una trave su due appoggi con carico uniformemente distribuito. Cominciamo a calcolare il momento flettente nel mezzo della trave: nella fig. (*) è stata rappresentata schematicamente, come al solito, la trave con il suo carico; il carico uniformemente distribuito per ogni metro sia q. Il carico complessivo posto sull’intera lunghezza l della trave sarà dunque Q= q . l . Le reazioni degli appoggi, dovute a questo carico, possiamo calcolarle con la formula:

Immaginiamo ora che la trave venga tagliata nel suo punto di mezzo. Si deve quindi determinare il momento flettente di una trave a sbalzo di lunghezza uguale alla metà della lunghezza della trave data su due appoggi. Questa trave a sbalzo è caricata ad una sua estremità con un carico concentrato, precisamente dalla reazione d’appoggio VA, e lungo tutta la sua lunghezza con un carico uniformemente distribuito uguale a q per unità di lunghezza fig. (*). Immaginiamo ora il carico uniformemente distribuito su metà della trave riunito in un carico concentrato ed applicato nel punto di mezzo della trave a sbalzo, cioè alla distanza l / 4 dall’incastro immaginario e dalla reazione d’appoggio VA.

Il carico distribuito sulla lunghezza di trave l / 2 è complessivamente:

Riferendoci alla fig. (*) possiamo ora calcolare il momento flettente nella sezione d’incastro, nel modo che già conosciamo:

Poiché

sostituendo ad VA il valore dato dal secondo membro di questa uguaglianza, avremo:

Secondo la regola del raccoglimento a fattore comune possiamo raccogliere a fattore comune l’espressione q . l/2 ottenendo in tal modo:

L’espressione racchiusa tra parentesi è uguale ad  l/4, per la qual cosa, in definitiva, avremo:

Facciamo un esempio numerico. In precedenza abbiamo supposto che il peso proprio dell’asta considerata fosse q = 30 kg/m. Il peso proprio costituisce, come già sappiamo, un carico uniformemente distribuito. Quale è la grandezza del momento flettente nella sezione di mezzo dell’asta, dovuto al peso proprio dell’asta stessa?

Per la determinazione del momento flettente nel punto di mezzo della trave abbiamo ricavato ora la formula:

In questa formula, nel nostro caso dobbiamo porre: q = 30 kg/m ed l = 6,00 m, ottenendo quindi:

All’inizio di questo argomento relativo al carico uniforme, abbiamo già detto che un carico uniformemente distribuito può immaginarsi anche come una serie di carichi concentrati di uguale grandezza. Vediamo ora di verificare se otteniamo lo stesso momento flettente, considerando invece del carico uniformemente distribuito questa serie di carichi concentrati. Dividiamo dunque l’intero carico distribuito sulla trave in singoli carichi concentrati, e poniamo ciascuno di questi carichi uguale a q, cioè al carico distribuito su ogni metro di lunghezza della trave. Ogni carico concentrato dovrà immaginarsi applicato alla metà di ogni tratto di trave lungo 1,00 m. Nel nostro caso tali singoli carichi concentrati saranno in numero di 6, e ciascuno sarà uguale a 30 kg fig. (*).

Su ciascuno appoggio verrà quindi a gravare un carico uguale a 3 singoli carichi concentrati applicati alla trave; avremo dunque VA = VB = 3 x 30 kg = 90 kg. Il momento flettente nel mezzo dell’asta verrà ancora determinato con il procedimento della sezione

Abbiamo dunque ottenuto lo stesso risultato di prima. Si vede comunque che questo ultimo metodo è molto laborioso. In futuro adopereremo perciò la formula:

Come si presenterà il diagramma dei momenti flettenti relativo ad una trave con carico uniformemente distribuito? Dagli esempi svolti conosciamo già il diagramma dei momenti flettenti di una trave caricata con un certo numero di carichi concentrati di uguale grandezza ed ugualmente distanti fra loro (vedi figura).

Il diagramma dei momenti flettenti dell’asta considerata negli ultimi esempi ha una forma analoga, quando infatti consideriamo il carico uniformemente distribuito suddiviso in 6 carichi concentrati fig. (*). Si calcolerà il momento flettente per ciascuna delle sezioni in corrispondenza alle quali si suppone applicato un carico concentrato, e tale momento verrà riportato, nella scala scelta, perpendicolarmente alla retta orizzontale. Se si congiungono gli estremi di tutti i segmenti che rappresentano i valori dei momenti flettenti calcolati, si ha una linea spezzata che costituisce appunto il diagramma dei momenti flettenti. Se immaginiamo di avere dei carichi concentrati sempre più vicini, anche i vertici della spezzata risulteranno sempre più vicini fra di loro, fino a che si avrà una linea curva continua, senza alcun vertice. Il diagramma dei momenti flettenti per un carico uniformemente distribuito è dunque limitato da una linea curva fig. (*).

Ciò è perfettamente comprensibile, perché, se un carico è uniformemente distribuito (con continuità) sulla lunghezza della trave, non si possono distinguere delle sezioni con carichi concentrati, e quindi anche la linea che limita il diagramma dei momenti flettenti dovrà necessariamente essere una curva continua, senza alcun vertice. Una curva avente una forma come quella rappresentata nella fig. (*) si chiama “parabola”. Nel proseguo avremmo modo di vedere il procedimento per disegnare una parabola. Dalla fig. (*) comunque si può senz’altro rilevare che il massimo momento flettente si ha nella sezione di mezzo della trave; esso viene indicato con Mmax (“max” è l’abbreviazione della parola latina “maximum”). Prendiamo quindi nota dell’importante formula che dà il momento flettente massimo in una trave su due appoggi con carico q uniformemente distribuito sulla sua lunghezza:

Da questa formula, dunque, si ottiene il momento flettente in kgm, se si esprime il peso g in kg/m e la lunghezza l in m. Si ottiene invece il momento flettente in kgcm se si esprime il carico in kg/cm e la lunghezza in cm.

Facciamo adesso un ulteriore esempio. Si calcolino, per la trave rappresentata in fig. (*) che porta un carico uniformemente distribuito q = 0,5 t / m e nel mezzo un carico concentrato P = 4,0 t, le seguenti grandezze:

a)       le reazioni degli appoggi

b)       il momento flettente massimo

c)       il momento flettente alla distanza x = 2,00 m dall’appoggio A.

a)       Le reazioni degli appoggi A e B sono uguali di grandezza, e precisamente:

b)       In una trave su due appoggi con carico uniformemente distribuito il massimo momento flettente si ha nel mezzo della trave stessa. Anche per un carico concentrato applicato nel mezzo della trave il massimo momento flettente si trova nel mezzo. In questo caso, in cui si hanno entrambi questi carichi, è evidente che il massimo momento flettente si ha sempre nel mezzo della trave. Il massimo momento flettente dovuto al carico uniformemente distribuito è uguale, come abbiamo visto più sopra, a:

Per effetto del carico concentrato applicato nel mezzo, nella stessa posizione si avrà un momento flettente, uguale a:

Se si hanno contemporaneamente i due carichi, il momento flettente nel mezzo della trave sarà la somma dei momenti flettenti dovuti a ciascuno dei due carichi, cioè :

Sostituendo i valori numerici alle lettere avremo:

Possiamo trovare il massimo momento flettente anche senza ricorrere all’ultima formula adoperata, e impiegando invece il noto procedimento della sezione: in tal modo però il calcolo riesce più laborioso, come ci accingiamo a constatare. Quindi immaginiamo la trave spezzata a metà in due tronchi, e consideriamo il tronco a sinistra come una trave incastrata nella sezione dove si è immaginato di effettuare il taglio fig. (*). All’estremità di questa metà della trave agisce la reazione di appoggio VA, la cui grandezza, come abbiamo già calcolato, è, per effetto dei due carichi, uguale a 4 t. Questa forza agisce ad una distanza l / 2 = 4,00 m dall’incastro immaginato e tende a fare girare il tronco di trave verso destra; essa dà luogo quindi, nell’immaginata sezione di taglio, ad un momento flettente di:

Inoltre, sullo stesso tronco di trave, agisce il carico uniformemente distribuito q = 0,5 t/m su una lunghezza di 4,00 m. Il carico complessivo distribuito su queste tronco è dunque: 

Al posto di questo carico uniformemente distribuito di 2 t possiamo immaginare applicato un carico concentrato di 2 t a metà del tronco stesso, cioè a 2,00 m di distanza dall’appoggio A fig. (*). Questo carico, tende a fare ruotare con un braccio di leva l / 4 = 2,00 m il tronco di trave attorno all’immaginaria sezione d’incastro verso sinistra; dà luogo quindi nella sezione stessa ad un momento flettente: 

Sommando questi due momenti massimi calcolati avremo il massimo momento flettente complessivo

un risultato uguale a quello precedente.

c)       Calcoliamo ora il momento flettente alla distanza x = 2,00 m dall’appoggio A. Questo momento flettente viene calcolato nello stesso modo con cui abbiamo calcolato ora il momento flettente a metà della trave. Immaginiamo cioè di sezionare la trave alla distanza di m 2,00 dall’appoggio A e consideriamo il tronco a sinistra, cosi ottenuto, come una trave a sbalzo incastrata nella sezione del taglio immaginario fig. (*).

Dato che il calcolo è del tutto analogo a quello svolto al punto b), possiamo scrivere senza difficoltà le seguenti uguaglianze:

Il disegno del diagramma dei momenti flettenti in una trave con carico uniformemente distribuito

Mostriamo ora, con un esempio pratico, di come si disegna la parabola che limita il diagramma dei momenti flettenti in una trave con carico uniformemente distribuito. Questa curva si può determinare sia graficamente, sia con il calcolo. Applicheremo entrambi i metodi. Prendiamo come al solito, una trave su due appoggi, distanti fra di loro m 8,00, è caricata con un carico uniformemente distribuito q = 1,2 t/m. Quindi, si disegni il diagramma dei momenti flettenti.

Soluzione grafica

Nella fig. (*) abbiamo rappresentato schematicamente la trave, in scala 1:100. Come sempre, quando si deve rappresentare un diagramma dei momenti flettenti, tracciamo anzitutto, al di sotto della trave, una retta orizzontale (la retta C – D nella fig. *); chiameremo questa retta “retta di chiusura”. Al centro del segmento C – D, cioè nel punto E, riportiamo verticalmente, verso il basso, un segmento che rappresenta il momento flettente massimo. Esso, secondo la formula (*) è di grandezza:

Come scala per il disegno dei momenti porremo 1 mm = 0,2 tm, cosicché dovremo rappresentare il momento 9,6 tm con un segmento lungo 48 mm, Segniamo dunque E – F = 48 mm. Questo segmento viene contraddistinto di solito con la lettera f, e viene detto “freccia della parabola”. Per i punti di estremità C e D della retta di chiusura conduciamo due segmenti verticali, verso il basso, C – G e D – H con lunghezza uguale a quella di f. Si congiungono quindi i punti G ed H con un segmento rettilineo, in modo da formare il rettangolo CGHD. Dividiamo poi il segmento C – E in un qualsiasi numero di parti di uguale grandezza. In questo esempio dividiamo il segmento in 4 parti. Poiché il segmento C – E corrisponde ad un tronco di trave della lunghezza di 4,00 m, nella scala delle lunghezze, che abbiamo stabilito 1 : 100, ogni suddivisione del segmento in 4 parti risulterà uguale a

Nei punti di divisione, che abbiamo indicato con 1, 2, 3, conduciamo pure, verso il basso, dei segmenti verticali, fino ad intersecare il segmento G – H. Ora anche il segmento C – G viene suddiviso nello stesso numero di parti in cui è stato suddiviso il segmento C – E. I punti di divisione vengono indicati con 1′, 2′ 3′.

Congiungiamo ora questi punti con il punto F. Il segmento F – 1′ interseca il segmento verticale, abbassato dal punto 1 della retta di chiusura, in un punto che abbiamo contraddistinto con un piccolo cerchietto e che abbiamo indicato con I. Analogamente il segmento F – 2′ interseca il segmento verticale abbassato dal punto 2 della retta di chiusura nel punto II, ed il segmento F – 3′ interseca il segmento verticale abbassato da 3 nel punto III. Abbiamo con ciò trovato tre punti della parabola che possiamo disegnare, precisamente i punti I. II e III. La metà a sinistra della parabola passa quindi da C per i punti I, II e III fino ad F. Possiamo adesso a mano libera, o con I’aiuto di un curvilineo, congiungere questi punti con opportuni tratti di linee curve. Nel fare ciò possiamo tenere anche presente che la parabola nel “vertice” F è tangente alla retta orizzontale G – H, che cioè G – H è la tangente alla parabola nel suo vertice o culmine. Esattamente come per la metà sinistra, possiamo procedere nel trovare i punti corrispondenti l, II e III della metà destra della parabola. Più semplicemente, però, possiamo trovare tali punti conducendo, come è indicato nella fig. (*), delle rette orizzontali passanti per i punti I, II e III segnando su di esse i punti simmetrici rispetto alla verticale E – F. Questa verticale E – F costituisce quindi la retta di mezzeria della parabola, cioè il cosiddetto “asse della parabola”. Se avessimo suddiviso il segmento C – E, e perciò anche il segmento C – G, non in quattro, ma in un numero maggiore di parti uguali, avremmo individuato anche un maggior numero di punti della parabola e ci sarebbe perciò riuscito più facile tracciare gli archi di collegamento fra i singoli punti; in altre parole la parabola sarebbe riuscita ancoro più precisa. Dopo aver disegnato la parabola, possiamo rilevare la grandezza del momento flettente in un qualsiasi punto della trave. A tale scopo non dobbiamo fare altro che misurare, nel punto corrispondente del diagramma dei momenti flettenti, la lunghezza del segmento verticale congiungente la retta di chiusura con la parabola. Stabiliamo di indicare, in generale, le lunghezze di questi segmenti con la lettera y. Nell’esempio abbiamo che y1 = 21,0 mm. Poiché la scala dei momenti stabilita è 1 mm = 0,2 tm, nella posizione 1 della trave avremo il momento flettente M1 = 21,0 x 0,2 tm = 4,2 tm. Analogamente troviamo: y2 = 36,0 mm; per la quale cosa M2 = 36,0 x 0,2 tm = 7,2 tm e y3 = 45,0 mm, cosicché M3 = 45,0 x 0,2 tm = 9,0 tm.

Soluzione analitica mediante calcolo

Le lunghezze dei segmenti y1, y2, ….ecc. vengono dette “ordinate della parabola”, e possono essere calcolate mediante la tabella seguente. L’impiego della tabella riuscirà chiaro, risolvendo il precedente esempio con l’aiuto della tabella stessa.

Immaginiamo, come in precedenza abbiamo già fatto, di suddividere il segmento C – E in 4 parti uguali. Perciò dovremo adoperare i coefficienti della tabella che si trovano nella colonna segnata in alto con la cifra 4. In questa colonna sono indicati tre numeri, dei quali, il primo (0,438) va impiegato per calcolare l’ordinata corrispondente al punto 1, il secondo (0.750) per calcolare l’ordinata corrispondente al punto 2, il terzo (0,938) per calcolare l’ordinata corrispondente al punto 3. Questi numeri debbono essere moltiplicati per la lunghezza del segmento f, cioè, nel nostro caso, per 48,0 mm. Avremo dunque:

Le lunghezze cosi calcolale y1, y2 e y3 concordano con le lunghezze che si possono misurare sulla figura dei segmenti 1-I, 2-II e 3-III. Riportando le lunghezze calcolale di questi tre segmenti verticalmente verso il basso, a partire dai punti 1, 2 e 3 della retta di chiusura, troviamo di nuovo i punti della parabola I, II e III, che possono essere trasportati, come prima, a destra della mezzeria. Abbiamo così trovato 6 punti della parabola, ai quali si possono aggiungere anche i punti C, D e F, che sono pure punti appartenenti alla parabola. Congiungendo questi punti con opportuni tratti curvilinei avremo completato il disegno della parabola. Come è ben chiaro, questo procedimento per il disegno della parabola è molto rapido e comodo. Invece che in quattro parti, avremmo potuto suddividere la metà della parabola in un numero maggiore di parti, ad esempio, in otto. In questo caso, avremmo dovuto moltiplicare la freccia f = 48 mm per i coefficienti della tabella indicati nella colonna contraddistinta in alto con la cifra 8. In tale modo avremmo ottenuto sette ordinate per ogni metà della parabola. La congiunzione dei punti di estremità delle ordinale sarebbe riuscita più facile e la curva ottenuta sarebbe risultata più precisa. Possiamo adesso chiederci come sono stati calcolati i coefficienti della tabella, che servono per ottenere le ordinate della parabola. È infatti molto utile conoscere la formula che serve al loro calcolo. E ciò perché, mediante tale formula, non occorre disporre sempre della tabella per eseguire il disegno di una parabola per un qualsiasi diagramma dei momenti flettenti, e, inoltre, perché di frequente non occorre affatto disegnare l’intera parabola, ma è sufficiente conoscere i valori dei momenti flettenti in singoli punti della trave. Vediamo perciò ora di ricavare questa formula che ci servirà per il Calcolo dei momenti flettenti in qualsiasi punto di una trave su due appoggi con carico uniformemente distribuito. Come abbiamo visto in precedenza, le due reazioni degli appoggi di una trave con carico uniformemente distribuito, come pure nel caso di ogni carico simmetrico, sono uguali, e sono date precisamente, dalla formula:

Per trovare il massimo momento flettente, cioè il momento flettente nel mezzo della trave, abbiamo fin qui  immaginato, secondo il procedimento della sezione, di tagliare nel mezzo la trave e di considerare il tronco a sinistra, cosi ottenuto, come incastrato nella sezione del taglio immaginario. Su questa trave a sbalzo cosi incastrata, agiscono due forze uguali e precisamente la reazione di appoggio

diretta verso l’alto, ed il carico sulla trave dall’appoggio fino al punto di mezzo, pure di grandezza 

ma diretto verso il basso. Il massimo momento flettente viene quindi ottenuto calcolando i due momenti flettenti dovuti a queste due forze, nel mezzo della trave (cioè nella sezione di taglio-immaginario) e sommandoli.

Consideriamo la figura seguente. In modo analogo dobbiamo procedere, quando vogliamo calcolare il momento flettente in un qualsiasi altro punto x della trave, posto alla distanza x dall’appoggio A, e quindi alla distanza x’ = l – x dall’appoggio B. Si ha quindi la seguente espressione per il momento flettente nel punto x:

Il membro a destra di questa uguaglianza è una differenza di due prodotti aventi un fattore comune

infatti il primo termine può essere scritto

ed il secondo

Quindi, come nell’uguaglianza 7.3-4.3=9, raccogliendo a fattore comune il numero 3 possiamo scrivere 3.(7-4)=9, anche nell’uguaglianza che dà Mx possiamo raccogliere a fattore comune, ponendola fuori parentesi, l’espressione

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e scrivere:

Questa formula è molto importante e viene frequentemente impiegata. Essa è la formula generale che dà i momenti flettenti delle travi su due appoggi con carico uniformemente distribuito. Essa naturalmente deve valere per ogni punto della trave e quindi anche per il punto di mezzo, per il quale x è uguale ad l / 2. Verifichiamo se ciò sia vero e, a questo scopo, nella formula anzidetta, mettiamo in luogo di x il valore l / 2; otterremo:

cioè la stessa espressione ottenuta precedentemente.

L’equazione della parabola per i diagrammi dei momenti flettenti

Con la formula appena vista possiamo dunque calcolare il momento flettente Mx in qualsiasi punto X di una trave su due appoggi con carico uniformemente distribuito, quando siano noti la portata l, o distanza fra gli appoggi della trave, il carico q per ogni unità di lunghezza e la distanza x dal punto X dall’appoggio A. Da questa formula si può ricavare, in modo molto semplice, l’equazione della parabola del diagramma dei momenti flettenti, cioè l’equazione mediante la quale si può calcolare qualsiasi ordinata di detta parabola. Per ricavare tale equazione ci riferiremo alla fig. (*); in essa notiamo quanto segue:

Il momento flettente Mx della trave corrisponde alla ordinata y della parabola del diagramma dei momenti; la portata l corrisponde alla lunghezza del segmento di chiusura C – D, le distanze x dell’appoggio A ed x’ dall’appoggio B corrispondono ai segmenti C – X ed X – D del segmento di chiusura. Riassumendo al posto di Mx possiamo sostituire y, al posto di l, C – D, al posto di x, C – X e al posto di (l – x) = xI possiamo porre X – D. Ora dobbiamo trovare una relazione che leghi il carico per unità di lunghezza q alla parabola dei momenti flettenti. Ciò non è difficile; sappiamo già che la freccia f della parabola corrisponde al momento flettente massimo

la grandezza f, relativa alla parabola, corrisponde al valore

e quindi al posto di q possiamo porre

Possiamo ora calcolare le ordinate y della parabola nel seguente modo:

oppure

Poiché i segmenti C – D, C – X ed X – D, sulla retta di chiusura, corrispondono, tenuto conto della scala delle lunghezze, alle lunghezze di tratti di trave o della trave stessa (tutte le lunghezze relative alla trave sono state infatti disegnate, ad esempio, nella scala 1 : 100), al posto del rapporto fra segmenti della retta di chiusura, cioè al posto di

si può scrivere il rapporto delle corrispondenti lunghezze di trave, cioè

Abbiamo con ciò trovato la forma definitiva, comunemente usata, dell’equazione della parabola del diagramma dei momenti flettenti, Essa è:

Con questa formula possiamo calcolare le ordinare y, quando sono note la portata l della trave, le distanze del punto X dagli appoggi A e B, cioè x ed xI, e la freccia f. Questa è pure la formula con la quale sono stati calcolali i coefficienti della tabella precedente. Abbiamo già visto, infatti, che questi coefficienti debbono essere moltiplicati per la freccia f. Se osserviamo la formula, ci accorgiamo che i coefficienti della tabella sono i valori calcolati dell’espressione

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Possiamo verificare questa affermazione con il seguente esempio: Si calcoli, per la trave rappresentata nella fig.(*) l’ordinata y2 della parabola del diagramma dei momenti flettenti, ordinata che abbiamo già una volta determinato, misurandola direttamente sul diagramma, ed una seconda volta, calcolandola mediante i coefficienti della tabella.

Il punto 2 è distante dall’appoggio A di una lunghezza x = 2,00 m e dall’appoggio B di una lunghezza xI =  6,00 m. Inoltre sono noti la portata della trave o distanza fra gli appoggi l = 8,00 m, il carico per metro lineare q = 1,2 t/m e la freccia f = 48 mm, corrispondente al momento flettente massimo. Questi valori numerici vengono sostituiti ai rispettivi simboli nell’equazione della parabola:

Abbiamo dunque che questo risultato coincide con quello ottenuto graficamente ed anche con quello calcolato, utilizzando i coefficienti della tabella. Ora facciamo un ulteriore esempio, utilizzando i due metodi di soluzione, per constatare quale dei due nel caso considerato è più semplice. Consideriamo una trave su due appoggi della portata di 8,00 m e che ha un peso proprio q = 1,2 t/m. Inoltre essa porta un carico utile uniformemente distribuito p = 0,8 t/m. Si disegni il diagramma dei momenti flettenti, precisando poi le grandezze dei momenti flettenti nei punti distanti fra di loro 0,50 m a partire dagli appoggi fig. (*). Il carico complessivo per ogni metro lineare della trave è Q = q + p = (1,2 + 0,8) t/m = 2,0 t/m. Il momento flettente massimo si ricava dalla formula:

Determiniamo adesso, graficamente e con il calcolo, i valori del momento flettente nei punti precisati ovvero nei punti distanti fra di loro 0,50 m:

1 Soluzione grafica:

La soluzione grafica è rappresentata nella fig.(*). Non è necessario dare altre spiegazioni a riguardo, perché tale metodo è già stato ampiamente esposto in precedenza. Come scala dei momenti scegliamo: 1 mm = 0,5 tm, ossia 1 tm = 2 mm. Poiché il momento flettente massimo è di 16 tm, la freccia della parabola sarà 16 x 2 mm = 32 mm. Poiché una metà della trave è lunga m 4,00, e poiché sono richiesti i valori dei momenti flettenti in punti distanti fra di loro 0,50 m, la metà lunghezza della trave deve essere divisa in 8 parti uguali. Quindi, troveremo i diversi punti della parabola nel modo che abbiamo già visto, e misureremo dopo le lunghezze delle ordinate nei vari punti:

Poiché la scala dei momenti flettenti è 1 mm = 0,5 tm, le grandezze dei momenti flettenti saranno:

Utilizziamo adesso nuovamente la tabella:

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è tabb.jpg

Poiché ogni mezza parabola è suddivisa in 8 parti, dobbiamo usare i coefficienti indicati nella colonne che porta in alto la cifra 8, moltiplicando per essi la freccia f = 32 mm. Otterremo cosi le ordinate della parabola in mm, e poiché 1 mm corrisponde a 0.5 tm, moltiplicando queste ordinate per 0,5 otterremo i momenti flettenti nei punti della trave indicati nell’esempio. Avremo dunque:

Le piccole differenze fra i risultati ottenuti con la risoluzione grafica e quelli ottenuti con il calcolo dipendono dal fatto che, nel riportare e leggere le lunghezze sui disegni non si può tener conto dei centesimi di millimetro. I risultati ottenuti con il calcolo sono perciò più precisi. Se in un calcolo statico occorre che i risultati siano molto precisi, si deve quindi preferire il calcolo alla soluzione grafica. Come esempio sull’impiego della formula generale che dà il momento flettente in qualsiasi sezione delle travi su due appoggi con carico uniformemente distribuito, risolviamo il seguente esempio. Si calcoli il momento flettente di una trave di 4 m di lunghezza alla distanza x = 1,4 m dall’appoggio A. Il carico uniformemente distribuito è q = 500 kg/m.

Poiché in questo esempio non si debbono determinare le ordinate della parabola del diagramma dei momenti flettenti, ma solo un singolo momento flettente in una determinata posizione, conviene impiegare la formula generale usata per il calcolo dei momenti flettenti. Per fare questo abbiamo già ricavato precedentemente la formula:

ricordiamo che questa formula del tutto generale permette il calcolo dei momenti flettenti nelle travi a due appoggi sottoposte ad un carico uniformemente distribuito in qualsiasi punto della stessa. Nell’esempio da risolvere abbiamo che q = 500 kg/m; x = 1,40 m ed ( l – x ) = (4,00 – 1,40) m =  2,60 m. Sostituiremo questi valori nella formula e otteniamo:

La trave a sbalzo con carico uniformemente distribuito

La trave a sbalzo è già stata esaminata. Abbiamo però fino a questo momento considerato solo delle travi a sbalzo con carichi concentrati. E ci siamo occupati di determinare i momenti flettenti della trave per questa condizione di carico constatando che il diagramma dei momenti flettenti è limitato da segmenti rettilinei, e che in corrispondenza dei carichi concentrati si hanno dei vertici della spezzata che limita la superficie del diagramma. Non abbiamo però ancora detto come si presenta il diagramma dei momenti flettenti nel caso di una trave a sbalzo con carico uniformemente distribuito, ed è di ciò che ci occuperemo qui di seguito.

Il calcolo del momenti flettenti

La trave a sbalzo rappresentata nella fig. (*) è di lunghezza l e porta il carico uniformemente distribuito q. Per potere calcolare il momento flettente nella sezione di incastro A immaginiamo che il carico complessivo uniformemente distribuito sia sostituito da un carico concentrato di uguale grandezza, cioè di grandezza q x l, e che sia applicato alla metà della lunghezza l, cioè alla distanza l / 2 dalla sezione di incastro A fig. (*).

Secondo la regola già esposta in precedenza, per attribuire i segni + e – ai momenti flettenti; rileviamo che tutti i momenti flettenti che agiscono su questa trave a sbalzo sono negativi, poiché la forza che li genera è diretta dall’alto verso il basso. Quando nelle pagine precedenti, abbiamo studiato come calcolare i momenti flettenti nelle travi a sbalzo e disegnato i relativi diagrammi, non abbiamo potuto tenere conto dell’importante regola sui segni dei momenti flettenti, poiché essa non era stata ancora spiegata. Per tale ragione, e per semplicità di esposizione, abbiamo sempre disegnato i diagrammi dei momenti flettenti al di sotto della retta di chiusura. Possiamo però adesso constatare che tutti questi momenti flettenti agenti sulla trave a sbalzo sono negativi, e per tale ragione debbono essere disegnati al di sopra della retta di chiusura. Pertanto, considerando la regola sui segni dei momenti flettenti, possiamo adesso disegnare sempre i diagrammi dei momenti positivi al di sotto della linea di chiusura ed i diagrammi dei momenti negativi al di sopra della stessa. È evidente che, anche nel calcolo, dovremo sempre indicare accanto al valore del momento flettente il suo giusto segno. Per la trave a sbalzo rappresentata nella fig. (*) il momento all’incastro cercato è dunque:

Abbiamo così trovato la formula per il calcolo del momento flettente nella sezione di incastro:

Conosciamo adesso la grandezza del momento flettente, non solo nella sezione d’incastro, ma anche all’estremità della trave a sbalzo, perché sappiamo che in tale estremità libera non vi può essere alcun momento flettente, e quindi il suo valore è uguale a 0. Quale sarà I’andamento della linea che delimita il diagramma dei momenti flettenti fra la sezione d’incastro e l’estremità libera? Per determinare tale linea, cerchiamo il momento flettente che si ha in qualsiasi punto situato alla distanza x dall’estremità libera della trave a sbalzo fig. (*). Immaginiamo che a tale distanza x dall’estremità libera la trave venga idealmente tagliata ed il tronco compreso fra il taglio e l’estremità sia incastrato nella posizione X. Il carico applicato al tronco tagliato della trave è q.x; esso agisce come un carico concentrato applicato alla metà del tronco di lunghezza x, cioè alla distanza x/2 dalla sezione di taglio. Il momento flettente in tale sezione, che indichiamo con M è evidentemente negativo ed è di grandezza:

Poiché questa formula dà il momento flettente in qualsiasi punto di una trave a sbalzo con carico uniformemente distribuito, ed ha quindi valore generale, vogliamo metterla in evidenza:

La formula precedente di MA può essere ottenuta dalla formula di MX ponendo x = l.

Il disegno del diagramma del momenti flettenti

Sappiamo ora come si calcola il momento flettente in qualsiasi sezione di una trave a sbalzo con carico uniformemente distribuito. Se vogliamo rappresentare graficamente questi momenti nel modo già noto, dobbiamo tenere presente quanto segue: che i momenti flettenti possono essere negativi o positivi, che i valori dei momenti flettenti positivi debbono essere riportati nel diagramma al di sotto della linea di chiusura e quelli negativi al di sopra. Nelle travi su due appoggi finora considerate abbiamo, perciò sempre disegnato il diagramma dei momenti flettenti al di sotto della linea di chiusura. Nelle travi a sbalzo avviene il contrario: i momenti flettenti sono negativi, ed il diagramma relativo viene a trovarsi, perciò, a partire dalla retta orizzontale di chiusura (G-F nella fig. *) al di sopra della stessa.

Se ora calcoliamo i momenti flettenti per diversi punti della trave a sbalzo e li riportiamo graficamente al di sopra di una linea orizzontale, otterremo il diagramma dei momenti flettenti rappresentato nella fig. (*). Come si può vedete, questo diagramma è limitato da una linea curva, e precisamente da un tratto di parabola. Le linee a tratti nella fig. (*) mostrano chiaramente che detta curva è la metà di una parabola, cioè la curva che abbiamo già imparato a disegnare nel caso delle travi su due appoggi. Nella fig. (*), per chiarezza, il diagramma dei momenti flettenti è stato tratteggiato; inoltre è stato indicato in esso il segno (-), poiché non ci si deve dimenticare che si tratta di momenti flettenti negativi. Facciamo adesso un esempio numerico e allo scopo consideriamo una trave a sbalzo lunga 2,00 m fig. (*) è caricata con un carico uniformemente distribuito di 800 kg/m. Si disegni il diagramma dei momenti flettenti nella scala 1 cm = 500 kgm. Per fare ciò dividiamo la trave a sbalzo in quattro parti uguali, in modo che fra i singoli punti di suddivisione vi sia una distanza di 0,50 m. Dopo calcoliamo i momenti flettenti in tali punti di suddivisione, applicando le formule:

Riportiamo graficamente i valori di questi momenti flettenti nella scala scelta 1 cm = 500 kgm, verticalmente, verso l’alto, a partire dalla retta orizzontale G – F; otterremo cosi la parabola che delimita il diagramma dei momenti flettenti, come è disegnata nella fig. (*). Possiamo constatare in modo molto semplice che si tratta della stessa parabola che si ha nel caso del diagramma dei momenti flettenti di una trave su due appoggi di lunghezza doppia, cioè lunga 4,00 m, e con uguale carico uniformemente distribuito. La parabola del diagramma dei momenti flettenti per una trave a sbalzo può perciò essere determinata come quella per una trave su due appoggi di doppia lunghezza; di questa parabola nel caso della trave a sbalzo se ne considera però solo una metà. Immaginiamo che il segmento C – E della fig. (*) sia la metà della linea di chiusura (confrontiamo con la fig. *); al di sotto del punto E avremo quindi un segmento che rappresenta il momento flettente di 1600 kgm e che è la freccia della parabola. Per i rimanenti punti le ordinate della parabola rappresenteranno i momenti flettenti calcolati mediante i coefficienti dati dalla tabella utilizzata per il calcolo delle ordinate della parabola:

Dalla fig.(*) possiamo rilevare che questi momenti flettenti MI, sono rappresentati da segmenti verticali riportati al di sotto della linea C – E (che sono ordinate della parabola), e che essi, insieme ai momenti flettenti che si hanno nella trave a sbalzo, formano un momento flettente di 1600 kgm. Da ciò si vede anche che il diagramma dei momenti flettenti per le travi a sbalzo si può determinare anche usando i coefficienti della tabella per il calcolo delle ordinate della parabola. I punti della parabola possono essere determinati anche graficamente, come abbiamo già visto a proposito delle travi su due appoggi. Se adesso, ad esempio, confondiamo la fig. (*) con la fig. (*), possiamo comprendere senz’altro come deve essere applicato il procedimento grafico nel caso delle travi a sbalzo.

La trave su due appoggi con carico parziale uniformemente distribuito

Fin qui ci siamo occupati delle travi con carico uniformemente distribuito. Abbiamo anzitutto considerato le condizioni di carico, per le quali il carico è uniformemente distribuito su tutta la lunghezza della trave, cioè da appoggio ad appoggio. Abbiamo anche brevemente accennato al caso di carico uniformemente distribuito parziale, cioè al caso in cui esso non si estende su tutta la lunghezza della trave, ma solo su un tratto di essa. Questa condizione di carico si verifica frequentemente nelle costruzioni di strutture e vogliamo perciò spiegarla riferendoci ad un esempio pratico. Consideriamo anzitutto il caso più semplice, cioè quello di un carico uniformemente distribuito parziale e simmetrico: immaginiamo di togliere dalla trave rappresentata nella fig. (*) caricata su tutta la lunghezza con sacchi di sabbia, tre di questi sacchi da ciascuna delle due estremità; otterremo perciò un carico uniformemente distribuito parziale, e precisamente distribuito su una lunghezza c, ed uguale a P = q . c, dove q è sempre il carico applicato sulla lunghezza unitaria (metro oppure centimetro) fig. (*). Poiché il carico parziale è distribuito simmetricamente, possiamo dire senz’altro, senza eseguire alcun calcolo, che le reazioni degli appoggi sono uguali fra di loro, e precisamente:

Il massimo momento flettente si ha sulla mezzeria della trave, e ciò perché possiamo immaginare che il carico uniformemente distribuito sia riunito in un unico carico P sulla mezzeria della trave, dato che il carico distribuito è simmetrico. Il diagramma dei momenti flettenti per questo unico carico concentrato è costituito dal triangolo che, nella fig. (*), abbiamo indicato con A-B-C. Come già sappiamo, il momento flettente massimo dovuto ad un carico concentrato sulla mezzeria della trave è:

Quando però il carico è distribuito su un certo tratto della trave, il momento flettente a cui esso dà luogo è evidentemente minore di quello dovuto ad uno stesso carico concentrato in un punto, sulla mezzeria della trave. Il diagramma costituito dal triangolo A-B-C non rappresenterà perciò più il vero diagramma dei momenti flettenti. Il diagramma triangolare dei momenti flettenti disegnato nella fig. (*) coincide con quello reale dovuto ad un carico parziale solo per i tratti della trave, i quali non portano alcun carico. In corrispondenza della parte centrale della trave, la quale è uniformemente caricata, il diagramma dei momenti flettenti deve avere la forma di una parabola. Disegniamo quindi adesso questo tratto di parabola, ed a tale scopo escludiamo dal triangolo A-B-C le parti situate in corrispondenza dei tratti di trave non caricati; tali parti del triangolo rappresentano proiezioni dell’effettivo diagramma dei momenti flettenti. Per fare ciò abbassiamo, dai limiti estremi del tratto di trave caricato, due rette verticali, le quali intersecheranno la linea di chiusura A-B fig. (*) nei punti 1 e 5, ed i lati A-C e B-C del triangolo nei punti 1′ e 5′. Si tratta ora di disegnare fra i punti 1′ e 5′ la parabola che limita il diagramma dei momenti flettenti per il tratto di trave uniformemente caricato. Ciò può esser fatto in diversi modi: Possiamo considerare come una trave a sé il tratto di trave uniformemente caricato, considerandolo precisamente una trave su due appoggi caricata uniformemente su tutta la sua lunghezza fino agli appoggi. Per tale trave possiamo quindi disegnare il diagramma dei momenti flettenti parabolico fig. (*). La retta di chiusura 1″ e 5” corrisponde al segmento 1′ 5′, cosicché possiamo trasportare semplicemente la parabola dalla fig. (*d) nella fig. (*c). Nel fare questo dobbiamo però badare a quanto segue: poiché si vuole qui spiegare semplicemente il principio, in, base al quale si costruisce il diagramma dei momenti flettenti, non abbiamo considerato, nell’esempio che stiamo svolgendo, alcun preciso valore numerico, ma abbiamo solo supposto il momento massimo pari a:

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riportandolo nella fig. (*c). Se però la porzione di parabola disegnata nella fig. (*d) deve essere trasportata a completare la parte di diagramma dei momenti flettenti AB 5’ 1’ nella fig. (*c), il momento rappresentato dal segmento 3″ F, nella fig. (*d), non può essere scelto arbitrariamente, ma deve essere precisamente: 3″ F = 3′” 3′ = 3′ C, da cui si ricava 3″ F = 3′” C / 2. Ciò risulterà senz’altro chiaro riflettendo su quanto segue:

La trave è uniformemente caricata sulla sua parte centrale di lunghezza c. Se consideriamo questo tratto di trave come una trave a sé ed immaginiamo di concentrare il carico distribuito sulla lunghezza c in un unico carico P applicato sulla mezzeria della trave, il massimo momento flettente, che ne risulterebbe, sarebbe:

dove, nel nostro caso, l = c.

Il massimo momento flettente dovuto ad un carico uniformemente distribuito sarà: 

In questa formula, applicata sul tratto di trave considerato, dobbiamo sostituire il seguente valore l = c. Si avrà quindi: 

Poiché però q . c=P potremo scrivere:

Il massimo momento flettente dovuto ad un carico uniformemente distribuito su tutta la lunghezza della trave è quindi uguale alla metà del momento flettente dovuto ad un carico totale uguale, ma concentrato sulla mezzeria della trave. Riferendoci alla fig. (*c), ciò significa, come abbiamo già detto, che il segmento 3′” 3′ è uguale alla metà del segmento 3′” C. La parabola che rappresenta la porzione di diagramma dei momenti flettenti relativa alla parte centrale caricata della trave, può essere costruita anche in un altro modo, partendo dal triangolo A-B-C precedentemente disegnato. Nella fig. (*c) tracciamo anzitutto la retta di collegamento 1′ 5′, e dividiamo il segmento 1′ 5′ in un numero qualsiasi di parti uguali. Nella fig. (*c) lo abbiamo diviso in 4 parti uguali, ottenendo così i punti 2″‘, 3′” e 4″‘. Da questi punti abbassiamo delle rette perpendicolari alla retta di chiusura, verso il basso. Dividiamo adesso i segmenti 1′-C e 5′-C in un numero di parti uguali fra di loro come il segmento 1′ 5′; i punti di divisione siano chiamati I, II e III e I’, II’ e III’. Congiungiamo adesso l con III’, Il con II’ e III con I’. Le intersezioni di questi segmenti di collegamento con le corrispondenti linee verticali danno i punti della parabola 2′, 3′ e 4′. Il punto 3′ è anche il vertice della parabola, la cui distanza 3′-3 dalla retta di chiusura dà in scala il valore del momento flettente massimo dovuto al carico della trave. Si vede che questo momento è minore del momento rappresentato da 3-C, che si avrebbe se il carico totale P fosse concentrato sulla mezzeria della trave. Dalla fig. (*c) possiamo adesso senz’altro ricavare la formula che dà il momento flettente massimo dovuto ad un carico parziale uniformemente distribuito e simmetricamente disposto rispetto alla mezzeria della trave: tale momento massimo si ottiene sottraendo dal momento

 il momento

si avrà precisamente:

Se infine raccogliamo a fattore comune P/2, otteniamo la formula come viene comunemente usata:

Da questa formula si può anche dedurre che, per un dato carico P ed una data distanza l fra gli appoggi, il momento flettente diventa tanto minore, quanto maggiore è il tratto c sul quale il carico è distribuito. Se c aumenta fino a diventare uguale a l, l’espressione racchiusa fra parentesi diventerà:

e quindi:

abbiamo cioè ritrovato la formula che dà il momento flettente massimo dovuto ad un carico distribuito su tutta la lunghezza della trave.

Nella fig. (*) si può chiaramente osservare che il massimo momento flettente si ha in corrispondenza del centro di gravità S del carico (punto centrale). Ciò si verifica però solo quando il carico parziale è disposto simmetricamente. In pratica, accade frequentemente che il carico non sia disposto esattamente in mezzo alla trave, ma sia spostato verso uno degli appoggi. Studieremo questa condizione di carico, riferendoci ad un esempio pratico, cioè esaminando come viene ad essere sollecitata la trave ad I. Nella fig. (*) rappresentiamo graficamente questa condizione di carico ed indichiamo tutte le misure ed carichi necessari a conoscersi per il calcolo. Dobbiamo quindi risolvere il seguente esempio. Il serbatoio pieno d’acqua ha un peso totale G = 8000 kg, ed esso viene sopportato da due travi ad I, per la quale cosa ogni trave deve sopportare un carico distribuito uniformemente su un certo tratto; questo carico ha un valore totale P = 4000 kg. La distanza fra gli appoggi della trave è l = 6300 mm; il tratto su cui il carico è uniformemente distribuito ha una lunghezza c = 3000 mm, e la distanza della parete sinistra del serbatoio dall’appoggio A è d = 1150 mm. Quale è il necessario momento resistente delle travi, e quale profilo dobbiamo scegliere per esse?

Anzitutto dobbiamo determinare, come sempre, le reazioni degli appoggi. A tale scopo immaginiamo il carico P concentrato nel centro di gravità S del serbatoio pieno. II modo con cui si determina il centro di gravità di superfici e di corpi verrà spiegato in uno dei prossimi capitoli. Per questo caso ci basta dire che il centro di gravità si trova a metà lunghezza del serbatoio, cioè distante 1500 mm dalle sue pareti verso gli appoggi. Il carico P agisce dunque ad una distanza a = 2650 mm dall’appoggio A e ad una distanza b = 3650 mm dall’appoggio B. Abbiamo cosi tutte le misure necessarie per rappresentare schematicamente il problema statico fig. (*b). Calcoliamo ora le reazioni degli appoggi, esprimendo il carico in kg e le lunghezze in cm, con le formule:

Verifica: deve essere VA + VB = P e quindi 2320 kg + 1680 kg = 4000 kg. Esatto!

II massimo momento flettente deve essere calcolato nella sezione più pericolosa X-X. Questa sezione però, nel caso di un carico uniformemente distribuito parziale disposto asimmetricamente rispetto agli appoggi, non si troverà sotto il centro di gravità S del carico, come nell’esempio precedente, in cui si aveva un carico simmetrico, ma si troverà un po spostata verso l’appoggio più distante dal carico. Indichiamo la distanza della sezione più pericolosa X-X dall’appoggio sinistro con x (cm), la lunghezza del tratto di trave caricato con c (cm), la distanza dell’estremità a sinistra del carico parziale dall’appoggio sinistro con d (cm), il carico complessivo uniformemente distribuito su un tratto di trave con P (kg), e la reazione d’appoggio a sinistra con VA (kg); la distanza x sarà data dalla formula:

Introducendo in questa formula i relativi valori numerici, avremo:

Per la determinazione dei momento flettente massimo impieghiamo il procedimento della sezione, e quindi immaginiamo di tagliare ed incastrare la trave in corrispondenza della sezione X-X. Considereremo poi la parte sinistra della trave come una trave a sbalzo incastrata ad un estremo, sulla quale è rimasto il carico parziale uniformemente distribuito P’. Immagineremo che anche questo carico parziale uniformemente distribuito sul tratto di lunghezza (x-d) sia sostituito da un unico carico concentrato applicato al centro del tratto stesso; la distanza del carico concentrato P’ dalla sezione di incastro sarà: (x-d)/2.

Come si può rilevare dalla fig. (*c), sulla trave a sbalzo immaginaria agiscono i seguenti momenti: il momento positivo  VA . x dovuto alla reazione di appoggio VA, che tende a fare ruotare verso destra la trave a sbalzo, ed il momento negativo

dovuto al carico P’, che tende a fare ruotare la trave verso sinistra. L’equazione che dà il momento nella immaginaria sezione di incastro sarà dunque:

Per potere calcolare il valore di questo momento, dobbiamo determinare anzitutto il valore di P’: il carico totale P = 4000 kg si distribuisce uniformemente sul tratto di lunghezza c = 300 cm; su 1 cm di lunghezza di trave agisce dunque un carico:

Sul tratto (x-d) agisce quindi un carico di (x-d) . 13,33 kg. Come abbiamo calcolato in precedenza con la formula:

x = 289 cm e, secondo i dati dell’esempio d = 115 cm; si avrà dunque:

Con ciò abbiamo fatto una interessante constatazione, cioè che P’= VA . Ciò dimostra che il valore di x, prima calcolato, era esatto, poiché nella sezione più pericolosa la somma delle forze esterne dirette verso l’alto (VA), è uguale alla somma delle forze esterne agenti verso il basso (P’). Su ciò ritorneremo più diffusamente quando si parlerà degli sforzi di taglio. Possiamo dunque scrivere la formula che dà il momento flettente massimo anche nel modo seguente:

e semplificando ulteriormente:

Inseriamo adesso i valori numerici dati nell’esempio, nella formula ora trovata:

Da questo valore ricaviamo quindi il necessario momento resistente della trave applicando la formula:

Fissando come valore della sollecitazione unitaria ammissibile 

dovrà essere:

Dalla tabella dei profilati standard, troviamo che il momento resistente di una trave ad l di profilo 260 è di 442 cm3; tale momento resistente potrebbe anche essere sufficiente, ma è meglio impiegare una trave I di profilo normale 280, il cui momento resistente è pari a: 

Vediamo adesso di disegnare anche il diagramma dei momenti flettenti: supponiamo anzitutto che il carico distribuito su un tratto della trave sia concentrato nel centro di gravità S, e calcoliamo il momento flettente dovuto a questo carico, nella sezione della trave sottostante a detto centro di gravità S:

Inseriamo adesso i valori numerici nella formula

Per la scala dei momenti stabiliamo: 1 mm = 10000 kgcm. Disegniamo anzitutto la retta di chiusura A-B fig. (*d) e conduciamo dal centro di gravità S, nella fig. (*b), una verticale verso il basso. Su questa verticale riportiamo, a partire dalla retta di chiusura, verso il basso, una misura di 61,4 mm corrispondente al valore del momento flettente massimo; otterremo in tal modo il diagramma triangolare dei momenti ABC. Dalle precedenti considerazioni relative ad una condizione di carico costituita da un carico uniformemente distribuito e disposto simmetricamente su una parte centrale della trave, sappiamo che questo diagramma triangolare rappresenta solo in parte l’andamento effettivo dei momenti flettenti, e che, in corrispondenza del tratto di trave che sopporta un carico uniformemente distribuito, per completare il diagramma dei momenti flettenti si deve costruire una porzione di parabola. A tale scopo prolunghiamo verticalmente, verso il basso, le linee che limitano lateralmente il tratto di trave caricato, ottenendo in tal modo, sulla retta di chiusura, i punti 1 e 5 e, sugli altri due lati del triangolo, i corrispondenti punti 1′ e 5′. Dividiamo adesso il segmento di collegamento 1′-5′ ed i segmenti 1′-C e 5′-C in un uguale numero di parti uguali e disegniamo la parabola esattamente come abbiamo spiegato in precedenza per il carico parziale distribuito uniformemente e disposto simmetricamente rispetto alla mezzeria. Ricordiamo anzitutto che il vertice della parabola non è situato esattamente sotto il centro di gravità di S, ma risulta alquanto spostato verso destra, e precisamente di un tratto lungo (x-a)=2890 mm – 2650 mm, tratto il quale, nella scala delle lunghezze scelta, deve essere di 2,4 mm. Che cosi debba essere risulta chiaro dal fatto, che il vertice della parabola determina il valore del momento flettente massimo. Se poi misuriamo la lunghezza dell’ordinata del vertice (cioè la distanza del vertice dalla retta di chiusura), troviamo la misura y = 46,8 mm, ciò che corrisponde ad un momento flettente massimo Mmax =468.000 kgcm. Con il calcolo abbiamo trovato prima che il momento flettente massimo è Mmax =468.640 kgcm. Nella scala prescelta non si può naturalmente misurare il valore del momento flettente con una tale precisione da ottenere lo stesso risultato del calcolo. Ciò però non è neppure necessario, come si capire, ricordando come si è calcolato il momento resistente e come si è scelto il profilo della trave.

La trave su due appoggi con carico di tipo composto

In base ai risultati del calcolo precedentemente eseguito, abbiamo scelto, per le travi portanti il serbatoio d’acqua il profilo I 280. Poiché travi di tale profilo sono piuttosto pesanti e la distanza fra gli appoggi è notevole (l = 6300 mm), è necessario verificare l’influenza del peso proprio delle travi sulle sollecitazioni che le travi stesse debbono sopportare. II peso proprio di una trave può considerarsi, per il calcolo, come un carico uniformemente distribuito. Nella maggior parte dei casi, però, si può tenere conto del peso proprio solo eseguendo un calcolo di verifica, perché, all’inizio del calcolo, il profilo della trave e quindi anche il suo peso proprio, da introdurre nel calcolo, non sono ancora noti. Nel caso considerato possiamo, nel calcolo di verifica ora accennato, introdurre il peso proprio di una trave I 280, che secondo la tabella dei profili standard è precisamente di 48 kg/m. Calcoliamo quindi il momento flettente massimo dovuto al peso proprio, il quale costituisce un carico uniformemente distribuito su tutta la lunghezza della trave. Allo scopo applichiamo la formula:

da cui, introducendo i valori numerici, avremo:

Il momento flettente massimo dovuto al peso proprio si ha nella mezzeria della trave ed ha il valore ora calcolato Mg =23814 kgcm. Il massimo momento flettente dovuto al carico uniformemente distribuito q su un tratto limitato della trave, cioè dovuto al peso del serbatoio pieno d’acqua, è stato precedentemente calcolato in Mq =468640 kgcm. Se il carico uniformemente distribuito parziale fosse simmetrico, cosicché il momento flettente massimo ad esso dovuto si verificasse pure nella mezzeria della trave, per avere il momento flettente massimo complessivo sarebbe sufficiente sommare i due singoli momenti flettenti, dovuti ai due distinti carichi, si avrebbe cioè:

Nel nostro caso però, come abbiamo già visto, il momento flettente massimo dovuto al carico del serbatoio non si ha nella mezzeria della trave, ma in una sezione X-X situata 26 cm a sinistra di detta mezzeria. Come potremo quindi comporre i due momenti flettenti? Ciò risulta chiaro disegnando il diagramma dei momenti flettenti dovuti al carico composto; costituito dal peso proprio e dal peso del serbatoio. A tale scopo consideriamo quanto segue:

In ogni sezione della trave, per effetto del carico uniformemente distribuito su un tratto della trave, si ha un momento flettente ben determinato. La grandezza di tale momento può essere data per ogni sezione della trave, misurando la corrispondente ordinata del diagramma dei momenti flettenti disegnato nella fig. (*d). Anche il peso proprio della trave dà luogo, in ogni sezione della stessa, ad un determinato momento flettente, il cui valore possiamo pure ricavare per ogni sezione, se disegniamo il diagramma dei momenti flettenti dovuti al peso proprio. Se quindi, per ogni sezione, sommiamo i due momenti flettenti, cioè quello dovuto al peso proprio e quello dovuto al carico esterno; avremo il momento flettente complessivo in quella data sezione. Cominciamo quindi a disegnare la parabola del diagramma dei momenti flettenti dovuti al peso proprio. Tracciamo anzitutto lo schizzo schematico rappresentante la trave e la sua condizione di carico composto fig. (*a). Sotto tale schizzo disegniamo la retta di chiusura, sulla quale costruiremo la parabola rappresentante il diagramma dei momenti flettenti dovuti al peso proprio g, nella scala 1 mm =10000 kgcm fig. (*b). Osserviamo che, con la scala scelta, la parabola risulta molto appiattita. Nella fig. (*c) la linea continua sottile limita il diagramma dei momenti flettenti dovuti al carico uniformemente distribuito parziale su un tratto della trave; tale diagramma corrisponde a quello già disegnato nella fig. (*d). La curva di forte spessore nella fig. (*c), è stata ottenuta per punti, riportando sulle sottili linee verticali, che rappresentano i diversi punti della trave, i momenti flettenti misurati sulle stesse verticali nel diagramma della fig. (*b), in aggiunta ai momenti dovuti al carico parziale e determinati dalla linea sottile. Congiungendo i punti così ottenuti si ha la linea segnata con tratto di forte spessore, la quale limita il diagramma dei momenti flettenti complessivi; su questo ultimo diagramma possiamo leggere direttamente, per qualsiasi punto della trave, il valore del momento M = Mg + Mq . Il momento flettente complessivo massimo (Mmax) potrà essere ottenuto nel modo più sicuro conducendo una tangente alla parabola, parallela alla retta di chiusura A-B, e misurando la distanza di questa tangente dalla retta di chiusura; nella fig. (*c) tale distanza, misurata nel punto vicino alla sezione corrispondente ad Mq max , è di circa 49,2 mm, corrispondente ad un momento flettente Mq max di 492.000 kgcm. Vogliamo ora verificare se questo momento massimo complessivo non risulta troppo elevato per la trave del profilo scelto. Come abbiamo rilevato dalla tabella dei profili standard il profilo I 280 ha un momento resistente

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La sollecitazione unitaria dovuta al momento flettente precedentemente calcolato sarà quindi:

La sollecitazione unitaria massima è quindi ancora ammissibile. Con questo calcolo di verifica abbiamo potuto constatare (e ciò risulta nel modo più chiaro dal diagramma dei momenti flettenti), che l’influenza del peso proprio della trave sulla grandezza del momento flettente massimo è relativamente bassa. Riassumiamo adesso brevemente il procedimento di calcolo usato per determinare il profilo di una trave, tenendo conto, oltre che del carico esterno, anche del suo peso proprio:

1) Determinazione dei carichi agenti sulla trave, secondo il loro tipo e la loro grandezza.

2) Determinazione del momento flettente massimo; cioè del momento flettente nella sezione più pericolosa.

3) Calcolo del necessario momento resistente di questa sezione.

4) Scelta di un profilo adatto, servendosi della tabella dei profilati, e determinazione del peso proprio della trave.

5) Determinazione del massimo momento flettente complessivo, tenendo conto del peso proprio della trave come carico uniformemente distribuito.

6) Verifica della massima sollecitazione unitaria effettiva.

7) Nel caso che questa sollecitazione massima complessiva sia maggiore della sollecitazione unitaria ammissibile, si ripete il calcolo di verifica, scegliendo per la trave un profilo maggiore.

4 – STATICA facile

Nozioni sulle forze

Già nei primi capitoli sulla Statica e sulla Resistenza dei materiali abbiamo visto il concetto di forza e come tale grandezza fisica intervenga nel calcolo delle strutture. Abbiamo anche visto la rappresentazione grafica delle forze mediante segmenti con estremità a freccia, per indicare la direzione secondo la quale le forze stesse agiscono. Per definire completamente una forza non basta però indicarne la direzione, ma occorre conoscerne anche la grandezza e il punto di applicazione. A proposito dei momenti flettenti abbiamo avuto occasione di vedere come la grandezza dei momenti flettenti dipenda dalle grandezze delle forze cui sono dovuti e dalla posizione dei punti in cui le forze stesse sono applicate. Riassumendo possiamo quindi dire:

Ogni forza è caratterizzata da tre elementi: la grandezza, la direzione e il punto di applicazione.

Come già abbiamo visto, la grandezza di una forza viene espressa in unità di peso, e per lo più in kg o in tonn. La direzione, secondo cui una forza agisce, è indicata da una retta che necessariamente passa per il punto di applicazione. Questa retta viene detta semplicemente “linea di azione” della forza. In precedenza abbiamo parlato di rette considerate come linee di azione di forze, per spiegare il modo con cui agiscono gli sforzi di taglio. Anche a proposito delle forze di trazione o di compressione abbiamo tracciato delle rette intese come linee di azione di forze. Poiché tali corpi vengono sollecitati nella direzione dei loro assi longitudinali, le linee di azione delle forze coincidono con gli assi di mezzeria longitudinali, segnati con linee a tratti e punti. Tornando ad osservare gli esempi svolti si potrebbe rilevare anche questa altra circostanza: sebbene, a proposito si sia sempre parlato solo di una forza P, nelle figure invece sono sempre indicate due forze P. Queste forze sono sempre di uguale grandezza e giacciono sempre sulla stessa linea di azione, ma sono dirette in senso contrario. Quale è il significato di tutto ciò?

Se in ognuno dei casi considerati si avesse solo una forza, il corpo a cui la forza è applicata si muoverebbe nella direzione della forza stessa. Perché questo non accada, cioè perché il corpo rimanga in equilibrio, bisogna che una forza di uguale grandezza agisca in senso opposto. Queste due forze si annullano a vicenda, e l’effetto risultante della loro azione comune è che il corpo rimane in quiete, o, come si dice, in equilibrio. Diremo dunque:

In un corpo in equilibrio ad una forza corrisponde una forza uguale e contraria, oppure, come si dice, ad una azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Una forza che agisce sopra un corpo può produrre due diverse conseguenze: essa può imprimere al corpo un movimento, se esso è libero di muoversi o solo leggermente ostacolato, cioè se la forza contraria è relativamente piccola. Se però il corpo è impedito nei suoi movimenti da altri corpi o da una forza contraria, se cioè esso è inamovibile, la forza che agisce su di esso genera delle sollecitazioni interne nel corpo stesso. Tutte le forze P, cioè i carichi e le forze contrarie o reazioni vengono perciò dette “forze esterne”, mentre le sollecitazioni generate da tali corpi vengono dette forze interne. Quindi affinché un elemento di una struttura non venga strappato o schiacciato, esso deve essere sufficientemente resistente alla trazione e, rispettivamente, alla compressione, cioè le sollecitazioni generate nell’elemento della struttura non debbono superare la resistenza del materiale con cui esso è costruito. Come abbiamo già detto in precedenza, delle sollecitazioni negli elementi di strutture ci si occupa nella resistenza dei materiali, mentre della determinazione delle forze esterne ci si occupa nella statica.

La risoluzione dei problemi statici

I problemi statici possono essere risolti graficamente o mediante il calcolo (analiticamente). La parte della statica che insegna a risolvere graficamente i problemi è detta “Statico grafica” (dal greco “graphein” = scrivere, disegnare). Il vantaggio della statica grafica consiste nella grande evidenza dei suoi procedimenti e quindi nella possibilità di un facile controllo delle soluzioni. Poiché però i disegni debbono essere eseguiti in una determinata scala, i risultati saranno necessariamente solo approssimati. Caso per caso si sceglierà quindi una scala del disegno per la quale la precisione dei risultati potrà essere considerata sufficiente per lo scopo pratico che si persegue. Con i procedimenti della statica analitica si può ottenere nei risultati qualsiasi grado di precisione; quando però i calcoli riescono molto complessi e lunghi, i procedimenti risultano poco evidenti. Di regola i tecnici calcolisti ricorrono contemporaneamente ad entrambi i metodi, raggiungendo cosi i due scopi, di potere cioè seguire e controllare lo svolgimento dei procedimenti e di ottenere la precisione desiderata nei risultati.

Abbiamo già avuto occasione di risolvere, fino ad ora, tutta una serie di problemi statici. Col metodo grafico abbiamo però determinato solo i momenti flettenti, mentre tutti gli altri risultati sono stati ottenuti mediante il calcolo ossia, come si dice, analiticamente. Ora ci occupiamo in particolare dei metodi grafici.

La rappresentazione grafica delle forze

Nei problemi statici finora trattati è stato sufficiente rappresentare le forze con un breve segmento terminante con una freccia ad una estremità, indicando la grandezza a della forza in kg o tonn. I problemi di cui tratteremo qui di seguito richiedono però una rappresentazione delle forze più precisa. Nella statica grafica le forze vengono rappresentate con segmenti di lunghezza corrispondente alla grandezza della forza rappresentata, secondo una determinata scala; tutti i dati necessari per definire una forza si possono quindi rilevare dal disegno. Nella fig. (*) abbiamo rappresentata una singola forza. Da tale disegno possiamo rilevare tutti e tre gli elementi che definiscono, ossia individuano la forza:

1) La grandezza o intensità della forza. Misurando la lunghezza del segmento, possiamo constatare che esso è di 3 cm. Sul disegno vi è anche l’indicazione “Scala delle forze 1 cm = 10 kg”. Un segmento lungo 3 cm rappresenta quindi una forza di 10 kg. La forza rappresentata nella fig. (*) ha perciò una grandezza o intensità di 30 kg.

2) La direzione della forza. Essa è inclinata verso destra e verso l’alto, come risulta dalla freccia di estremità. In modo da formare con la direzione orizzontale un angolo di 30°. La direzione della forza ci indica dunque anche la sua linea di azione, sulla quale possiamo immaginare la forza spostata in qualsiasi posizione ed agente in uno qualsiasi dei due sensi.

3) Il punto di applicazione della forza. Nel disegno esso è indicato con O.

Con tali elementi la forza è univocamente determinata.

La composizione di due forze.

“Comporre due forze” significa cercare l’unica forza che produce lo stesso effetto dato dalle due forze, quando agiscono contemporaneamente. Chiariamo adesso I’operazione della composizione di forze con alcuni esempi, cominciando dal caso più semplice:

1) Le due forze si trovano sulla stessa linea di azione

Due forze P1= 30 kg e P2= 40 kg esercitano una trazione del punto O di un corpo, rappresentato nella fig. (*) con un rettangolo tratteggiato; lo sforzo di trazione è esercitato in direzione orizzontale verso destra. Quale è la forza R, con la quale possiamo sostituire le due forze P1 e P2 per ottenere lo stesso effetto?

Nella fig. (*) abbiamo disegnato le due forze vicinissime l’una accanto all’altra; ciò ha solo lo scopo di indicare chiaramente che si tratta di due forze applicate entrambe nel punto O; a rigore, esse andrebbero disegnate sovrapposte, perché infatti esse agiscono sulla stessa linea di azione. Le due forze P1 e P2 sono entrambe dirette verso destra, cioè nello stesso senso. È chiaro che i loro effetti si sommano. Otterremo perciò lo stesso effetto, se applicheremo nel punto O una unica forza R agente sulla stessa linea di azione delle due singole forze, e di grandezza esattamente uguale alla somma delle grandezze delle due forze P1 e P2; si deve cioè avere:

La forza R sostituisce dunque le due forze P1 e P2 ed è detta “forza risultante”.

Quale sarà la risoluzione grafica di questo esempio?

Il procedimento da seguire è quello illustrato nella fig. (*). Come scala delle forze fissiamo, ad esempio, 1 cm = 20 kg. Il segmento che rappresenta la forza P1, avrà perciò la lunghezza di 1,5 cm, e quello che rappresenta la forza P2 la lunghezza di 2 cm. Disponiamo ora questi due segmenti, corrispondenti alle due forze, uno di seguito all’altro su una stessa retta; la somma di tali segmenti rappresenta la forza risultante R. Questa risultante giace dunque sulla stessa linea di azione delle forze P1 e P2 ed ha la loro stessa direzione. Per rendere però evidenti la grandezza e la direzione della risultante, essa è stata rappresentata con un segmento a tratti e punti, di fianco alle due forze P1 e P2. Misurando la lunghezza di questo segmento a tratti e punti si trova che la sua lunghezza è di 3,5 cm; la forza da esso rappresentata, cioè la risultante cercata, ha quindi la grandezza .

L’esempio avrebbe potuto essere rappresentato graficamente anche come è indicato nella fig. (*) in basso. In tale figura una delle due forze (P1) è stata spostata sul lato sinistro del corpo. Con ciò, però il problema non viene variato, poiché, la forza spostata agisce sempre sulla stessa retta. Le due forze rappresentate nella fig. (*) tendono infatti a fare muovere il corpo nello stesso senso verso destra e con la stessa forza complessiva, come nel caso rappresentato nella figura in mezzo. Da ciò deriva la seguente regola:

Le forze possono essere spostate a piacere sulla loro linea di azione, senza che si verifichi con ciò alcuna variazione dell’effetto ad esse dovuto.

Un esempio pratico dell’effetto di una singola forza è a tutti ben noto; esso è quello di un treno ferroviario. La locomotiva genera una forza, la quale è applicata al gancio di trazione ed agisce in direzione del binario. L’asse del binario è quindi la linea di azione della forza generata dalla locomotiva. Anche per l’azione contemporanea di due forze ugualmente dirette possiamo citare un esempio analogo. Quando il carico di un treno è troppo pesante per una sola locomotiva, ne viene aggiunta una seconda, e precisamente davanti o dietro al treno; l’effetto è, in entrambi i casi, lo stesso; le due forze generate dalle due locomotive si sommano. Da tale esempio si vede che l’effetto di una forza rimane sempre lo stesso, qualunque sia il suo punto di applicazione su una stessa linea di azione.

Vediamo adesso il caso in cui al corpo sono applicate le due forze P1= 30 kg e P2= 40 kg; esse agiscono sulla stessa retta, ma il senso della forza P1 è contrario a quello della forza P2 fig. (*). Quale è la grandezza della risultante delle due forze ed in quale senso agisce?

Gli effetti delle due forze si annullano in parte, poiché esse agiscono in senso contrario; si comprende facilmente che, poiché la forza diretta verso destra è maggiore di quella diretta verso sinistra, la risultante sarà una forza diretta, verso destra, di grandezza .

Per risolvere graficamente l’esempio procediamo come segue: portiamo sulla linea di azione delle due forze, uno dopo l’altro, i due segmenti che le rappresentano, e precisamente riportiamo anzitutto, a partire dal punto O, la forza P1= 30 kg, diretta verso sinistra. Il segmento OA della fig. (*) è lungo (in base alla scala delle forze 1 cm = 20 kg), 1,5 cm. A partire da A portiamo quindi la forza P2= 40 kg diretta verso destra (40 kg = 2 cm). Il segmento AC è quindi lungo 2 cm. Il segmento che ha per origine il punto O e per estremità il punto estremo del segmento che rappresenta la forza P2, cioè il segmento OC, ha la lunghezza di 0,5 cm. La forza risultante R è quindi di 10 kg , ed è diretta verso destra.

Se in questo esempio le due forze di senso contrario avessero la stessa grandezza, i loro effetti si annullerebbero a vicenda completamente. Le due forze sarebbero in equilibrio, poiché la loro risultante sarebbe evidentemente uguale a zero fig. (*). Questo caso è già noto, perché è stato trattato in precedenti esempi svolti sulla statica.

2) Le due forze non si trovano sulla stessa linea di azione

Nella fig. (*) sono rappresentate due forze P1 e P2, applicate entrambe ad uno stesso punto O di un corpo. Le loro direzioni sono fra loro perpendicolari. In quale modo si potrà trovare quella forza che può sostituire entrambe le forze P1 e P2? In altre parole, in quale modo si determina la forza risultante R, la quale da sola produce lo stesso effetto delle due forze P1 e P2 agenti contemporaneamente?

Per risolvere questo problema disegniamo anzitutto le due forze, come è rappresentato nella fig. (*). Da ognuno dei due punti di estremità A e B dei segmenti che rappresentano le forze, conduciamo una parallela (linee a tratto sottile) al segmento che rappresenta l’altra forza, ottenendo in tal modo un rettangolo. Congiungiamo il punto di intersezione C delle due parallele con il punto O di applicazione (linea a tratti e punti). Un tale segmento, congiungente due vertici opposti di un rettangolo viene detto, come è noto, “diagonale”.

Questa diagonale rappresenta in grandezza e direzione la forza risultante R cercata. Le due forze da comporre (P1 e P2) vengono dette “forze componenti”, o semplicemente “componenti”.

Facciamo adesso un primo esempio numerico. Due forze P1 e P2 ciascuna di 300 kg agiscono, secondo due direzioni perpendicolari tra di loro, su uno stesso corpo. Si determinino graficamente la grandezza della risultante e la sua direzione. Fissiamo come scala delle forze 1 cm = 100 kg, e disegniamo, a partire da un punto O, due segmenti perpendicolari fra di loro, ciascuno della lunghezza di 3 cm, rappresentanti le due forze P1 e P2 fig. (*). Dal punto A, estremo del segmento rappresentante la forza P1, conduciamo una parallela a P2 e dal punto B, estremo del segmento rappresentante la forza P2 una parallela alla forza P1. Naturalmente, vi sono diversi modi di tracciare la parallela ad una retta. Se non si hanno a disposizione una riga ed una squadra, si può procedere nel seguente modo:

Con apertura di compasso uguale al segmento che rappresenta la forza P2 (3 cm), si centra nel punto A e si traccia un arco di cerchio k1. Si centra quindi nel punto B e si traccia l’arco di cerchio k2. Con una apertura di compasso uguale al segmento che rappresenta la grandezza della forza P1, cioè, in questo caso, ancora di 3 cm. Il punto di intersezione C dei due archi di cerchio è pure il punto di intersezione delle due parallele da disegnare. Il quadrilatero ottenuto O-A-C-B è un quadrato, la cui diagonale OC rappresenta la risultante cercata. Misurando nel disegno si trova che tale diagonale è lunga 4,2 cm; la grandezza della risultante è quindi R= 420 kg.

Possiamo rilevare inoltre che essa agisce su una retta che forma con entrambe le componenti un angolo di 45°.

Facciamo un secondo esempio numerico. Due forze P1= 30 kg e P2= 40 kg agiscono su un corpo secondo due direzioni perpendicolari fra di loro. Trovare la loro risultante. Come scala delle forze fissiamo 1 cm = 10 kg e rappresentiamo le due forze in questa scala. Si procede quindi come risulta dalla fig. (*).

In questo caso abbiamo ottenuto un rettangolo, la cui diagonale è lunga esattamente 5 cm. La forza o risultante cercata sarà dunque.

Nella fìg. (*) vi è illustrato un esempio della composizione di due forze perpendicolari fra di loro. Una grande nave deve esse condotta da due rimorchiatori portuali, dalla banchina, nello specchio libero dell’acqua, prima che essa possa essere messa in moto dal proprio impianto di propulsione. Se si impiegasse solo un rimorchiatore la nave verrebbe spinta dal vento o dalle correnti contro i moli del porto. Si impiegano perciò due rimorchiatori, uno dei quali trascina la nave perpendicolarmente al molo. (In realtà, in caso di navi molto grandi si impiegano più di due rimorchiatori). Per effetto degli sforzi di trazione, fra di loro perpendicolari, esercitati dai due rimorchiatori, la nave viene trascinata lungo il percorso risultante, indicato con linea a tratti e punti; la nave si muoverebbe nella stessa direzione se fosse trascinata, non da due rimorchiatori ma da uno solo più potente nella direzione risultante ora indicata.

Nel modo ora descritto, possiamo trovare anche la risultante di due forze le cui direzioni non sono perpendicolari fra di loro, ma formano un qualsiasi angolo. Nel caso rappresentato dalla fig. (*), due forze P1 e P2, di diversa grandezza e formanti fra loro un angolo α sono applicate ad un punto O. Per trovare la loro risultante condurremo, come al solito, dai punti estremi dei segmenti che le rappresentano, delle parallele di ciascuna delle direzioni delle forze stesse. Si otterrà il romboide O-A-C-B, della fig. (*), la cui diagonale rappresenta appunto la risultante delle due forze date.

In tutti gli esempi svolti finora, la risultante è ottenuta come diagonale di un quadrato, di un rettangolo o di un romboide, a seconda delle grandezze e delle direzioni delle due forze da comporre. Come già sappiamo, questi quadrilateri vengono chiamati tutti “parallelogrammi”, e da ciò deriva la denominazione dell’importante principio della statica detto “principio del parallelogrammo delle forze”:

La risultante di due forze applicate ad un punto è rappresentata dalla diagonale del parallelogrammo, i cui lati rappresentano rispettivamente le due forze date.

Facciamo un esempio pratico. Quale è la grandezza della risultante di due forze P1= 30 kg e P2= 40 kg le cui direzioni formano fra loro un angolo di 135° fig. (*) ? Inoltre, quale grandezza e direzione deve avere la forza contraria, o reazione, Rg che fa equilibrio alla risultante R?

La soluzione si trova nello stesso modo con cui si è trovata quella del precedente esempio. Un angolo di 135° può essere disegnato anche senza goniometro, mediante una squadra da disegno. Tale angolo è infatti costituito da un angolo retto e da un angolo di 45°, poiché 90°+45°=135°. Tracciamo quindi, come al solito, le parallele AC e BC, rispettivamente parallele alle direzioni delle forze P1 e P2; otterremo il parallelogramma O-A-C-B, la cui diagonale OC rappresenta la risultante R. Misurando tale diagonale OC e tenendo conto della scala delle forze 1 cm = 10 kg, avremo che R= 29 kg circa.

Prolunghiamo ora la linea di azione OC della risultante oltre il punto O e portiamo su di essa, a partire da O, un segmento lungo 2,9 cm. In tale modo abbiamo rappresentato la forza contraria Rg, la quale fa equilibrio alla risultante R, ossia alle due componenti P1 e P2. La forza contraria Rg ha naturalmente senso opposto a quello della forza R ed il segmento che la rappresenta porta quindi una freccia rivolta in senso opposto.

Con questi semplici esempi abbiamo quindi visto come si ottiene la risultante di due forze. In seguito vedremo come si compongono forze in numero maggiore di due. A seguire adesso però ci occuperemo di un altro problema, altrettanto importante di quello della composizione delle forze e precisamente del problema della scomposizione di una forza.

Scomposizione di una forza

In pratica accade frequentemente di dovere scomporre una data forza P in due componenti di determinate direzioni. Vediamo anche questo caso con degli esempi pratici:

Fra due muri si debba appendere un carico sospeso a due fili, ad esempio una lampada per illuminazione stradale. Siano date le direzioni che debbono assumere i due fili di sospensione fig. (*) e sia dato pure il peso della lampada P = 30 kg. Quali saranno le forze che sollecitano i due tratti di filo che sostengono la lampada?

Oltre che la grandezza della forza P è nota anche la sua direzione, poiché infatti il carico agisce verticalmente. Conosciamo dunque le tre direzioni delle tre forze e la grandezza di una di esse. La grandezza delle altre due forze, cioè gli sforzi di trazione che sollecitano i fili di sospensione, possono essere facilmente determinate, ricorrendo a ciò che abbiamo nei precedenti esempi svolti fino ad ora. È data una forza, la quale deve fare equilibrio a due forze di cui è nota la direzione. Pensiamo anzitutto a determinare quale è l’unica forza con la quale si può fare equilibrio alla forza P. Essa è, come abbiamo visto negli esempi precedenti, la forza uguale e contraria alla forza data, cioè la forza che agisce sulla stessa retta, e di uguale grandezza in valore assoluto, ma diretta in senso contrario a quello di P. Per rappresentare questa forza, prolunghiamo la retta di azione di P verso l’alto, oltre il punto O e riportiamo su di essa, a partire da O, il segmento O-C = P fig. (*). Questa forza uguale e contraria a P possiamo considerarla come la risultante delle due singole forze cercate; per tale ragione viene indicata con R. Dovremo quindi costruire un parallelogrammo delle forze, nel quale R sia la risultante, cioè la diagonale, ed in cui le due componenti agiscano nelle direzioni d1 e d2; conduciamo per il punto C le parallele a d1 ed a d2, ottenendo i punti A e B di intersezione con le direzioni date: Le componenti rappresentate dai segmenti O-A ed O-B, che sono state indicate rispettivamente con P1 e P2, possono dunque essere sostituite dalla forza R.

Poiché però R è una forza uguale e contraria a P, cioè una forza che fa equilibrio alla forza P stessa, anche le due forze P1 e P2 debbono naturalmente equilibrare la forza P. Le due forze P1 e P2, sono dunque le due forze di trazione cercate, che sollecitano i fili di sospensione della lampada. Per la rappresentazione grafica della forza P si è stabilita la scala 1 mm = 1 kg. Dal disegno rileviamo che P1 = 35 mm e P2 = 40 mm; sarà dunque in realtà  P1 = 35 kg e P2 = 40 kg.

Si nota che ognuna delle due componenti è maggiore della singola forza data, cioè del carico costituito dalla lampada. Ciò dipende dal fatto che i due fili di sospensione sono tesi secondo direzioni poco inclinate sull’orizzontale. Tanto maggiore è l’angolo formato dalle direzioni delle due componenti (angolo indicato con α nella figura), tanto maggiori sono gli sforzi di trazione nei fili di sospensione; tanto più inclinati sono invece i fili di sospensione rispetto all’orizzontale, cioè tanto più piccolo è l’angolo fra essi compreso, tanto minori saranno gli sforzi di trazione nei fili di sospensione o tiranti. Lo sforzo minimo di trazione in ogni tirante si avrà quando esso sarà disposto nella direzione della forza contraria a P, cioè quando sarà disposto verticalmente; l’angolo compreso fra i tiranti di sospensione sarà allora 0° e lo sforzo di trazione complessivo nei due tiranti sarà uguale al carico P, e quindi in ciascuno di essi sarà uguale a P/2. Il caso è ben diverso, quando uno dei due fili viene teso molto inclinato verso l’alto e l’altro invece viene teso orizzontalmente fig. (*). La maggior parte del carico viene evidentemente sopportato dal filo inclinato, mentre il filo teso orizzontalmente non può quasi neppure essere considerato un filo di sospensione; il carico che esso sopporta è molto ridotto. Su questo argomento ritorneremo più dettagliatamente in seguito.

Abbiamo ora eseguito la scomposizione di una forza di trazione in due forze componenti, pure di trazione. In pratica, nelle costruzioni e particolarmente nelle costruzioni di fabbricati, accade frequentemente di dovere eseguire la scomposizione di una forza di trazione secondo due forze componenti di compressione. Un tale caso rappresentato, ad esempio, nella fig. (*). Ad una trave viene appeso un carico che tende ad inflettere la trave stessa. Perché essa possa resistere il carico viene equilibrato. A tale scopo essa è collegata mediante il ferro piallo E alla saetta verticale H di una capriata. Il carico, trasmesso dalla trave orizzontale alla saetta verticale, la quale agisce sulla trave stessa come forza di trazione, viene quindi sopportato dai due puntoni laterali S1 ed S2 ed agisce come forza di compressione alle estremità della trave orizzontale sui due muri laterali. Vediamo, adesso, con un esempio pratico, come si esegue la scomposizione di una forza di trazione in due forze di compressione.

Facciamo un esempio numerico. Ad una capriata semplice è appeso un carico P = 6360 kg. I due puntoni, che debbono sopportare questo carico, sono perpendicolari fra di loro; essi formano quindi con la linea di azione del carico P un angolo di 45° fig. (*). Quale è la grandezza delle due forze componenti di compressione che agiscono sui puntoni? La forza P = 6360 kg deve essere scomposta nelle due componenti S1 ed S2, le cui direzioni sono quelle degli assi longitudinali dei puntoni. Per la scala delle forze si stabilisce 1 cm = 2000 kg; la forza P sarà quindi rappresentata da un segmento verticale della lunghezza di (vedi fig.*):

Disegniamo quindi due rette passanti per il punto O, e formanti ciascuna con la direzione di P un angolo di 45°. Dopo di ciò conduciamo, dal punto di estremità del segmento che rappresenta la forza P, le parallele ad S1 ed S2. I segmenti O-A ed O-B rappresentano le forze che agiscono sui puntoni S1 ed S2.

Misurando tali segmenti troviamo che S1 = 2,25 cm ed S2 = 2,25 cm, cioè che le grandezze delle forze componenti sono:

Che le due componenti siano di uguale grandezza, si poteva facilmente prevederlo, dal fatto che i due puntoni sono ugualmente inclinati rispetto alla saetta centrale. Abbiamo dunque visto come si esegue la composizione di due forze in una risultante e come, viceversa, si può scomporre una forza data in due componenti. Se osserviamo con attenzione, si nota certamente che, in ogni caso, la soluzione si ottiene sempre con la costruzione di un parallelogrammo. Il fatto che le forze siano applicate a un punto, piuttosto che un altro, della loro linea di azione non ha nessuna importanza; è, ad esempio, indifferente che la lampada della fig.(*) sia appesa nel punto O, oppure che fra essa ed il punto O sia interposto un lungo filo di sospensione. Gli sforzi di trazione, nei tiranti di sospensione laterali, saranno sempre gli stessi. Per la costruzione del parallelogrammo delle forze è però necessario prolungare le rette di azione delle forze fino ad incontrarsi e quindi riportare sulle rette stesse i segmenti che rappresentano le grandezze delle forze, sempre a partire dal punto di intersezione O. Se ad esempio, al corpo rappresentato con un rettangolo nella fig. (*) sono applicate nel punto A la forza P1, e nel punto B la forza P2, e vogliamo trovare la risultante di queste due forze, prolungheremo le rette di azione di P1 e di P2 fino al punto di intersezione O, ed a partire da tale punto costruiremo poi il parallelogrammo delle forze fig. (*).

Otterremo in tal modo, in direzione e grandezza, la risultante cercata; il punto di applicazione di tale risultante non dovrà però essere necessariamente il punto di intersezione O. In molti casi tale punto di intersezione O delle linee di azione delle forze è un punto teorico, situato fuori del corpo su cui agiscono le forze fig. (*a). Naturalmente la forza risultante, come anche le forze componenti P1 e P2, deve però essere applicata ad un punto materiale del corpo stesso, come, ad esempio, è indicato nella fig. (*b).

Un esempio molto interessante, che dimostra come le forze possano spostarsi a piacere sulle loro rette di azione, è costituito dal comando Voith-Schneider, il quale viene impiegato sulle moderne imbarcazioni, e che permette di muovere l’imbarcazione, non solo in avanti ed all’indietro, ma anche, in caso di bisogno (ad esempio per accostarsi alle banchine in porti molto ristretti), perpendicolarmente all’asse longitudinale dell’imbarcazione. Questi battelli sono provvisti di due eliche a pale inclinabili disposte l’una accanto all’altra, le cui spinte possono essere orientate in ogni direzione. Se, ad esempio, la spinta di una delle eliche agisce sul battello nella direzione e con l’intensità rappresentate nella fig. (*) dal segmento con freccia P1, e la seconda elica esercita una spinta rappresentata dal segmento con freccia P2, le due spinte danno luogo ad una forza risultante R, che si determina nel modo prima spiegato: le rette di azione delle spinte trasmesse dalle due eliche vengono prolungate fino ad incontrarsi, ed a partire dal punto di intersezione si costruisce il solito parallelogrammo delle forze. Si vede che la risultante è esattamente diretta in direzione normale all’asse longitudinale del battello; esso si sposterà quindi in direzione trasversale alla normale direzione della rotta.

Dalla fig. (*) si può rilevare che la forza risultante dalla composizione delle due spinte delle eliche è relativamente piccola. Ciò dipende dal seguente motivo. Affinché la forza risultante R non trasmetta al battello alcun momento di rotazione, essa deve essere applicata al centro di gravità del battello stesso. Entrambe le spinte P1 e P2, debbono perciò essere dirette in modo, che il punto di intersezione delle loro linee di azione venga a trovarsi il più possibile vicino al centro di gravità del battello, poiché la linea di azione della risultante deve infatti passare per tale punto di intersezione. Poiché le due eliche sono situate molto vicine fra loro, l’una accanto all’altra, l’angolo compreso fra le due linee di azione delle rispettive spinte sarà necessariamente molto grande, e da ciò deriva, come abbiamo detto negli esempi precedenti, che la risultante viene ad essere più piccola di ciascuna delle delle componenti.

Triangoli delle forze

Nelle figg. (*) e (*) sono ancora disegnati i parallelogrammi delle forze, che risultano rispettivamente da una composizione e da una scomposizione di forze. In tali disegni sono rappresentate le forze date con linee a tratto continuo, mentre le forze cercate sono rappresentate con linee a tratti e punti. Per ogni forza sono pure indicate la relativa grandezza espressa in kg, in modo che le figure possono essere comprese senza altre spiegazioni. Dalla geometria sappiamo che, in ogni parallelogrammo, i lati opposti paralleli sono di uguale lunghezza. Si ha quindi che O-B = A-C ed O-A = B-C. Il parallelogrammo viene suddiviso dalla diagonale in due triangoli. Questi triangoli sono uguali, poiché i lati corrispondenti sono uguali (R = R; O-A = B-C; A-C = O-B).

Da ciò constatiamo che, per la composizione e la scomposizione di forze, non è affatto necessario disegnare per intero il parallelogrammo; possiamo ottenere le soluzioni cercate costruendo anche solo i triangoli delle forze, come si vede nelle figg. (*) e (*). Occorre stare bene attenti, nel disegnare tali triangoli, che le frecce indicanti le direzioni delle forze siano giustamente tracciate. È facile comprendere come si debba fare: bisogna semplicemente sommare le forze P1 e P2, bisogna cioè aggiungere P2 a P1 tenendo però conto che P1 e P2 non agiscono nella stessa direzione, ma in direzioni diverse. In tutti i casi, però, l’inizio di un segmento, rappresentante una delle forze, deve coincidere con l’estremità provvista di freccia del segmento rappresentante l’altra forza.

Nelle precedenti pagine abbiamo visto tutta una serie di concetti, nozioni e principi riguardanti la statica e la resistenza dei materiali, particolarmente importanti. Ad esempio il concetto di risultante, le condizioni di equilibrio, il parallelogramma delle forze sono nozioni senza le quali qualsiasi applicazione della statica è assolutamente impossibile. La statica è la scienza che si occupa dell’equilibrio delle forze applicate a corpi in quiete. Quando un corpo non si muove, cioè si trova in stato di quiete, sappiamo che le forze che agiscono sul corpo stesso sono in equilibrio. Ogni corpo è sempre sottoposto alla azione di qualche forza; a sostegno di questa affermazione citiamo un esempio: anche quando una pesante pietra presentante una grande base, è appoggiata inamovibilmente sul terreno, agiscono su di essa due grandi forze che debbono essere in equilibrio fra di loro, e precisamente lo forza di attrazione esercitata dalla Terra, che si manifesta conferendo alla pietra quello che noi diciamo il suo peso, e la forza di reazione dell’appoggio, di uguale grandezza e diretta in senso opposto. Se questa reazione dell’appoggio non fosse di grandezza uguale alla forza costituita dal peso della pietra, non vi sarebbe equilibrio fra le due forze e la pietra si muoverebbe, cioè cesserebbe di essere un “corpo in quiete”. Questo equilibrio delle forze agenti sui corpi in quiete è una legge naturale fondamentale. Da essa possiamo derivare ogni altra legge della statica. Per tale motivo questa scienza è relativamente semplice e facile da capire. Come ci siamo formati il concetto di equilibrio delle forze? Forse ci siamo già posti da soli questa domanda! Per dare una risposta faremo un semplice esempio:

Un dinamometro (o bilancia a molla), fig. (*), è appeso ad un gancio fisso. All’occhiello per l’applicazione del carico leghiamo una corda, e portiamo l’indice del dinamometro esattamente sullo zero della scala graduata; esercitiamo quindi con la mano uno sforzo di trazione sulla corda, cioè applichiamo alla corda una forza verticale diretta verso il basso. Come si usa abitualmente nella statica, questa forza è stata rappresentata nella fig. (*) con una freccia (P). La presenza di forze si riconosce dagli effetti prodotti dalle forze stesse. Nell’esempio di cui ci troviamo di fronte a corpi in quiete (dinamometro e corda) l’effetto delle forze è di natura statica.

Possiamo leggere sulla scala graduata del dinamometro l’effetto statico della forza applicata alla corda; diremo ad esempio, che l’effetto dello forza è quella di un peso di 5 kg. È evidente che anche la molla del dinamometro esercita sulla corda una forza di tale grandezza. L’indicazione di uno sforzo di 5 kg deriva dalla deformazione della molla, cioè dallo sforzo esercitato dalla molla. Perché, possiamo dire che anche la forza P diretta verso il basso è di 5 kg? Si può facilmente rispondere a questa domanda se rinunciamo alla misurazione della forza, se trascuriamo cioè l’indicazione delle bilancia e dedichiamo la nostra attenzione alla mano che esercita sforzo di trazione sulla corda. Questa mano, non solo ha la sensazione diretta della trazione verso il basso, cioè della forza P da essa esercitata, ma anche la sensazione della forza contraria esercitata sulla mano stessa dalla molla del dinamometro, per mezzo della corda. Si ha quindi una sensazione contemporanea della forza e di quella contraria, applicate entrambe in uno stesso punto, e non possiamo immaginarci che esse possano essere di diversa grandezza. Si verifica quindi il principio già enunciato, ovvero: nei corpi in equilibrio ad ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, o, in altre parole, ad una azione corrisponde una reazione opposta. Questo principio vale anche quando su di un corpo in equilibrio agiscono più di due forze, ed in generale, in ogni fenomeno in cui intervengono delle forze.

Osserviamo adesso la fig (*). Essa rappresenta in pianta una grande nave che viene trascinata da due rimorchiatori. Nella figura sono indicati, tanto della nave che dei rimorchiatori, soltanto i contorni ed i punti di applicazione delle forze che agiscono su di essi. Le funi di rimorchio A-B ed A-C sono in realtà più lunghe in rapporto alla lunghezza della nave di quanto indicato in figura, e l’angolo formato dalle funi stesse è più acuto. Questa alterazione dei rapporti fra le lunghezze, e della grandezza degli angoli permette però di rendere più evidente quanto vogliamo mostrare, cioè la composizione delle forze di trazione Z1 e Z2 sviluppate dai due rimorchiatori.

Vediamo anzitutto quale è l’effetto di ciascuna delle due forze di trazione Z1 e Z2 applicate nel punto A della nave rimorchiata. Seguirà questa la direzione della forza di trazione Zsviluppata dal primo rimorchiatore, o piuttosto la direzione della forza di trazione Z2 del secondo rimorchiatore? Senza dubbio essa non seguirà alcuna delle due direzioni. Gli effetti delle forze di trazione Z1 e Z2 si comporranno nel punto A dando luogo all’effetto di una unica forza, cioè della forza risultante R. La nave subisce quindi l’effetto di una forza che non viene direttamente applicata ad essa, cioè si muove in una direzione nella quale non vi è nessuna fune di rimorchio. Entrambi i rimorchiatori cominceranno a muoversi secondo le linee di azione delle forze Z1 e Z2. Potrà però continuare a sussistere lo stato di movimento indicato nella fig. (*)? Per rispondere a questa domanda basterà disegnare la posizione che avranno assunto la nave ed i due rimorchiatori dopo un certo periodo di tempo. Tale posizione è indicata nella fig.(*).

In essa si può osservare anche le posizioni iniziali relative alla nave, già indicate nella fig. (*), ed ora segnata con linea a tratti. I due rimorchiatori hanno proceduto nella direzione dei loro assi longitudinali (i quali inizialmente coincidevano anche con la direzione delle linee di azione delle forze), mentre la nave rimorchiata ha proceduto nella direzione della forza risultante R. In tal modo però l’angolo α compreso fra le funi di rimorchio è diventato più grande, per cui le linee di azione delle forze trasmesse dalle funi Z1 e Z2 non coincidono più con gli assi longitudinali e le direzioni di spostamento dei rimorchiatori. La fig. (*) mostra chiaramente che la forza di propulsione S generata dall’elica di un rimorchiatore e la forza di trazione Z trasmessa dalla relativa fune non si trovano più sulla stessa retta. Queste due forze agenti secondo due diverse direzioni danno luogo ad una forza risultante R1, ed il rimorchiatore si muove nella direzione di questa forza. Questo movimento del rimorchiatore tende però a riportarlo gradualmente nella stessa posizione iniziale di partenza, indicata nella fìg. (*), relativamente alla nave rimorchiata. Questo ciclo si ripete continuamente e se le condizioni di navigazione date dai venti e dalle correnti rimangono costanti, i rimorchiatori possono assumere il movimento di carattere pendolare indicato per uno di essi nella fig.(*). In tale figura si rileva che la forza risultante R2 agente sul rimorchiatore è situata nella direzione della rotta dell’intero complesso formato dalla nave rimorchiata e dai due rimorchiatori, Questa rotta però è molto labile e non può mantenersi costante per lungo tempo.

Abbiamo esaminato questo esempio in modo molto dettagliato poiché esso mostra in maniera particolarmente chiara come le condizioni di equilibrio statico di un sistema di forze possa variare rapidamente e radicalmente quando varia la direzione di una delle forze. Già abbiamo visto che la risultante di due forze produce gli stessi effetti delle due forze componenti. Questo principio esprime però qualcosa di più di quanto si è constatato nell’esempio precedentemente esposto. Se cioè gli effetti della risultante sono uguali a quelli prodotti dalle singole forze; queste possono essere cancellale dalla figura e sostituite dalla risultante. Dopo di che, invece di considerare due forze, si può considerarne una sola. Come avremo occasione di vedere in seguito si può formare la risultante di un qualsiasi numero di forze agenti su di un corpo, ed il vantaggio che ne risulta è evidente. Non bisogna dimenticare però che la risultante di più forze singole è sempre una forza immaginaria! Ciò risulta particolarmente chiaro osservando la fig. (*), in cui il punto di applicazione della risultante viene a trovarsi esternamente al corpo, cioè in un punto dello spazio circostante.

Ripetiamo adesso la spiegazione del procedimento grafico per la determinazione della risultante di due forze date e quindi della scomposizione di una data forza in due componenti, cioè tracciare il parallelogramma delle forze come abbiamo già visto prima. Ci riferiremo ad un esempio tratto dalla pratica; per parlare ancora del triangolo delle forze, completando però le nozioni che abbiamo visto in precedenza. La fig.(*) rappresenta una semplice gru a bandiera del tipo che si può osservare frequentemente nei cantieri di costruzioni edili. Ad un adatto palo del ponteggio il braccio della gru è imperniato superiormente in un supporto a collare ed inferiormente in un supporto di spinta. Nel sollevamento del carico la fune scorre avvolgendosi sul rullo portante A, viene deviata dal rullo di guida B fino ad un secondo rullo di guida C, dal quale prosegue orizzontalmente fino al tamburo dell’argano a motore. Il carico massimo ammissibile sopportabile dalla gru a bandiera sia 300 kg. Nella fig. (*) questo carico è indicato con P. Nel sollevamento a velocità uniforme del carico P = 300 kg si ha quindi in ogni punto della fune una tensione pure di 300 kg. La tensione nella fune è anche leggermente influenzata dal peso della fune stessa e dall’attrito dei rulli sui loro perni, ma queste due influenze possono essere praticamente trascurate; supporremo perciò che lo sforzo di tensione sia sempre di 300 kg in ogni tratto della fune. Come primo problema ci proponiamo di determinare la forza che agisce nel punto A del braccio triangolare della gru a bandiera. Questa forza viene esercitata dal rullo A e proviene dalla fune, la quale è tesa da un carico di 300 kg.

Nei problemi relativi alla determinazione di forze si deve anzitutto eseguire uno schizzo del corpo al quale sono applicate le forze. Nel primo problema che ci siamo proposti tale corpo è costituita dal rullo A, ed il punto in cui il rullo è sostenuto dal braccio della gru è pure indicato con A. Si determini la forza agente sul rullo e sul punto A. Eseguiamo quindi uno schizzo del rullo portante il carico e del suo supporto d’appoggio fig. (*), ed immaginiamo di tagliare la fune a sinistra ed a destra del rullo, nelle due sezioni I e II (nella fig. * queste due sezioni immaginarie sono state indicate con delle linee ondulate).

Lo scopo dei due supposti sezionamenti è quello di rendere esterne le forze di tensione agenti sul tratto di fune segnato nello schizzo. Prima della esecuzione dei tagli immaginari della fune nei punti I e II, nei punti stessi agivano delle forze interne, ciascuna della grandezza di 300 kg. Queste forze di tensione esercitavano cioè una trazione sul tratto di fune avvolto sul rullo. Queste forze interne vengono ora considerate come forze esterne di trazione applicate alle due sezioni di taglio I e II, e, come tali sono state segnate in figura ed indicate con S1 ed S2. Ognuna di esse ha una grandezza di 300 kg, e si può quindi scrivere S1= S2= 300 kg. Il procedimento, frequentemente usato in statica, di considerare le forze interne come forze esterne, immaginando di eseguire dei tagli o sezionamenti nel corpo sul quale le forze agiscono, viene appunto detto procedimento di sezionamento. Dobbiamo ora trovare la risultante delle due forze S1 ed S2. Questa risultante costituisce la forza cercata agente, attraverso il rullo portante, sul punto A del braccio della gru. In questa operazione di determinazione della risultante consideriamo il tratto di fune ottenuto con gli anzidetti tagli come appartenente al rullo portante, cioè consideriamo il tratto di fune ed il rullo come un unico corpo appoggiato nel punto A. La fig. (*) mostra la composizione delle due forze di trazione S1 ed S2 mediante il parallelogramma delle forze. Immaginiamo di trasportare queste due forze, lungo le loro linee di azione, dalle sezioni di taglio I e II fino al punto di intersezione O. Nella fig. (*) le forze sono state rappresentate secondo la scala 1 cm = 100 kg e cioè con dei segmenti della lunghezza di 3 cm, riportati sulle linee di azione a partire dal punto O

Si è quindi costruito il parallelogramma delle forze conducendo dalle estremità di questi segmenti le parallele alle linee di azione delle forze S. La diagonale RA di questo parallelogramma è la risultante delle due forze S1 ed S2. Dalla fig. (*) risulta RA = 5,4 cm. In base alla scala delle forze prescelta si può quindi calcolare la grandezza in kg della forza RA; si avrà:

La linea di azione della risultante RA passa per il punto A del braccio della gru. RA è quindi la forza cercata agente sul punto A e trasmessa dal rullo. Il braccio della gru risulta caricato da questa forza. Nella fig. (*) abbiamo indicato RA con un segmento a tratti e punti, disposto nella direzione trovata mediante il parallelogramma delle forze. Risolviamo adesso lo stesso problema mediante il triangolo delle forze, ricordando che in questo caso non è assolutamente necessario disegnare l’intero parallelogramma delle forze per determinare la risultante; ma che basta disegnare il triangolo delle forze stesse. Disegniamo adesso il triangolo formato dai tre segmenti che rappresentano le tre forze considerate nel nostro esempio; la retta di chiusura del triangolo avrà però ora un significato diverso di quello che aveva nel caso spiegato in precedenza. Nella fig. (*) si può osservare che non è stata indicata solamente la forza RA = 540 kg (con linea a tratti e punti) applicata al punto A del braccio della gru, ma anche la forza uguale e contraria ad RA (con linea a tratti), pure di grandezza uguale a 540 kg.

Le frecce indicanti le direzioni delle due forze sono naturalmente rivolte in senso opposto. Ricordando infatti che per ogni forza agente su di un corpo vi è sempre anche una forza uguale e contraria. La forza RA esercitata dal rullo sul braccio della gru e la forza contraria pure di grandezza RA esercitata dal braccio sul rullo si equilibrano fra di loro nel punto A. Nella fig. (*a) è stato ancora disegnato il parallelogramma già tracciato prima. Adesso però non vogliono sostituire le due forze S1 ed S2 con la risultante RA. Per tale ragione questa è stata indicata solamente con linea sottile a tratti e punti. Le due forze S1 ed S2 sono state invece rappresentate con linee continue fortemente marcate e la forza uguale e contraria alla risultante RA è stata segnata pure con linea di forte spessore, ma a tratti. È stata trasportata la risultante RA lungo la sua linea di azione, fino a trovarsi applicata nel punto A fig. (*a). Abbiamo cioè sostituito la risultante RA con le forze S1 ed S2, ed inoltre abbiamo indicata nel disegno anche la forza uguale e contraria RA. Le forze che si equilibrano nel punto A sono ora la risultante RA e la forza uguale e contraria RA, oppure le tre forze segnate con linee a forte spessore nella fig. (*a), cioè le tre forze: S1, S2 e la forza uguale e contraria RA. Va notato anche che RA e la forza uguale e contraria RA sono di uguale grandezza e che inoltre le forze S1 ed S2 producono lo stesso effetto della forza RA e che quindi le tre forze disegnate con linee di forte spessore sono in equilibrio poiché vale sempre il principio: azione = reazione.

Con le tre forze date dalla fig. (*a) formiamo il triangolo delle forze; possiamo tracciare per prima sia la forza S2 fig. (*b), oppure la forza S1 fig. (*c). In ogni caso le forze debbono essere indicate esattamente secondo la loro direzione e secondo la scala prescelta. La seconda forza che viene disegnata ha l’origine nella punta della freccia della prima, in modo che in definitiva le tre frecce indichino tutte uno stesso senso del percorso lungo il perimetro; nella fig. (*c) il senso del percorso perimetrale è quello delle lancette dell’orologio, mentre nella fig. (*b) esso è contrario a quello delle lancette dall’orologio. La terza forza del triangolo, rappresentata dal segmento di chiusura, indica sempre la forza uguale e contraria alle due prime forze. Essa viene ottenuta collegando la punta della freccia dell’ultima forza disegnata con il punto di origine della forza disegnata per prima. Naturalmente in pratica non si disegnano mai tanto il parallelogramma delle forze quanto il triangolo delle forze ma solo uno o l’altro. La differenza fra il parallelogramma delle forze ed il triangolo delle forze non consiste solo in una diversità di disegno, cioè nel fatto che il primo sia costituito da cinque segmenti ed il secondo solo da tre. La differenza è data invece dal fatto che con il parallelogramma delle forze si ottiene la risultante di due forze componenti, oppure, nella scomposizione delle forze, si ottengono le componenti di una data forza; in entrambi i casi si ottengono forze che costituiscono altre forze, cioè che producono gli stessi effetti. Nel triangolo delle forze sono invece rappresentate forze uguali e contrarie, cioè azioni e reazioni. Le forze rappresentate nel triangolo si equilibrano fra di loro! L’effetto complessivo, nel loro punto di applicazione A, delle tre forze rappresentate nella fig. (*) è nullo; esse cioè si annullano fra di loro. Per il triangolo delle forze valgono le seguenti regole:

1.       Nel disegno del triangolo delle forze è indifferente l’ordine in cui vengono considerate le forze applicate ad un punto o ad un corpo.

2.       Le forze debbono essere disegnate disponendole, una dopo l’altra, in modo che le loro frecce indicano un unico senso del percorso lungo il perimetro.

3.       Il triangolo delle forze non viene mai disegnato nella figura principale, ma accanto ad essa, cioè non si rappresenta la prima forza partendo dal suo effettivo, punto di applicazione.

A proposito della terza regola ora esposta si osservando la fig. (*c). Immaginiamo che nel disegno di questo triangolo delle forze si inizi l’esecuzione rappresentando la forza S1 partendo dal punto A del braccio della gru fig. (*). Quindi la forza S2 dovrebbe essere spostata parallelamente a se stessa, in modo da passare per A. Ciò sarebbe completamente errato. Ricordiamo quindi ancora che i triangoli delle forze non debbono mai essere disegnati nella figura principale.

Inizialmente ci eravamo proposti di risolvere il problema di determinare la forza esercitata dal rullo portante la fune sul punto A del braccio della gru. Il risultato trovato è questo: RA =540 kg la direzione secondo cui agisce la forza è quella indicata nella fig. (*). Se per la soluzione di questo problema parziale ci fossimo serviti solo del triangolo delle forze, ad esempio come indicato nella fig. (*c), si sarebbe dovuto tenere presente quanto segue: il triangolo delle forze rappresentato nella fig. (*c) indica la forza uguale e contraria o reazione RA del braccio della gru. Il problema posto richiede invece la determinazione della forza esercitata dal rullo sul braccio. Nel triangolo delle forze si deve quindi invertire il senso della freccia, cioè disegnare la forza, come rappresentato nella fig. (*) con linea a tratti e punti. Continuiamo con gli altri problemi che si presentano per la determinazione delle forze agenti nelle varie strutture dei bracci della gru. Sul puntone inclinato del braccio della gru a bandiera fig. (*) è montato il rullo deviatore B. La fune, tesa con una forza S = 300 kg, agisce su questo rullo caricando quindi in tal modo il puntone e perciò l’intero braccio della gru. Mediante il metodo del triangolo delle forze, cioè graficamente, si determini la forza esercitata dal rullo nel punto B sul braccio della gru.

Dalla fig. (*) risulta  RB =2,66 cm. In base alla scala delle forze prescelta si può quindi calcolare la grandezza in kg della forza RB; si avrà: 

Proseguiamo con il rilevare quali forze vengono generate nelle aste o e d della gru a bandiera dalla forza RA applicata al punto della gru stessa? Vogliamo per adesso determinare solo l’influenza della forza RA = 540 kg, già determinata in precedenza. Non considereremo cioè inizialmente l’influenza della forza applicata nel punto B, dello schema statico fig. (*).

Nella figura (*) è stata rappresentata con una freccia la reazione R= 540 kg nella scala delle forze 1 cm = 200 kg.

La gru a bandiera è imperniata in E ed F. I supporti in tali punti esercitano sulla gru a bandiera delle forze di reazione che la tengono in equilibrio quando essa viene comunque caricata; queste forze di reazione non intervengono però nella soluzione del problema ora posto. Prima di iniziare la vera e propria risoluzione del problema dobbiamo richiamare l’attenzione su di una circostanza molto importante: se si osserva attentamente la fig. (*) si vede che alle estremità delle aste o e d sono segnati dei piccoli cerchietti che vogliono rappresentare dei cerchi immaginari di raggio uguale a 0. Essi raffigurano delle cerniere, pure immaginarie, con le quali pensiamo che le aste siano collegate fra di loro a snodo. In realtà le estremità delle aste della gru a bandiera sono saldate o chiodate con dei fazzoletti di lamiera, per cui non si hanno dei collegamenti a snodo, ma dei collegamenti ad incastro; nella statica si suppone però che le aste siano collegate a snodo. Spieghiamo adesso la ragione di questo.

Quando due aste sono collegate da uno snodo o cerniera, attraverso tale collegamento non si possono trasmettere degli sforzi di flessione, ma solo delle forze di trazione o compressione, (in seguito parleremo dell’inflessione che possono subire le aste lunghe e sottili sottoposte ad un carico di compressione, cioè nel cosiddetto caso del carico di punta). Per comprendere esattamente questo fatto basta eseguire la seguente semplice prova: si colleghino due aste con un solo chiodo (A), in modo che esse possano ruotare a snodo intorno al chiodo stesso. L’estremità libera di una delle aste venga quindi fissata a snodo ad una trave, mediante un secondo chiodo (E) fig. (*). Se si vuole trasmettere una forza P applicata alla estremità ancora libera (F), attraverso le due aste o e d, alla trave fissa, bisognerà che la linea d’azione di questa forza si trovi sulla retta congiungente A con E, cioè coincida con gli assi delle due aste. Ciò però accade solo nel caso che la forza applicata sia una semplice forza di trazione o di compressione.

Se la forza P non agisce in direzione dell’asse dell’asta o, ma ad esempio verticalmente, verso il basso, fig. (*), essa non potrebbe agire in nessun modo sulla trave poiché le aste o e d ruoterebbero semplicemente attorno ai loro snodi. Se però, nel punto E, infiggendo un secondo chiodo, realizziamo, invece dello snodo, un collegamento ad incastro, la forza P eserciterebbe sull’asta o un momento flettente che verrebbe trasmesso alla trave. Nell’asta d si avrebbe però sempre solo uno sforzo di trazione o compressione, poiché il collegamento in A è rimasto un collegamento a snodo o cerniera fig. (*). Se nel modello sperimentale estraiamo il secondo chiodo infisso nel punto nodale E, se cioè ripristiniamo l’originario snodo, e fissiamo poi a snodo, con un chiodo, anche l’estremità F dell’asta d alla trave (figura *), otteniamo il modello schematico della struttura della gru a bandiera, come viene considerata nei calcoli statici.

Malgrado i collegamenti a snodo nei punti A, E ed F, il telaio triangolare è rigido od indeformabile. Gli snodi hanno però l’utile funzione di fare si che nelle aste si generino solo degli sforzi di trazione o compressione anche quando i carichi esterni sono comunque diretti non secondo gli assi longitudinali delle aste.

Se nelle costruzioni a traliccio (carpenterie) tutti i punti nodali, o più semplicemente nodi (come vengono chiamati nella statica i punti in cui concorrono due o più assi) venissero materializzati con delle cerniere, le costruzioni riuscirebbero troppo costose, come si può facilmente immaginare. Le cerniere effettive vengono quindi adoperate solo in casi speciali. Di solito i nodi vengono realizzati, come abbiamo già accennato, con collegamenti mediante saldature o chiodature. Questi sistemi di collegamento danno però luogo ad una sollecitazione secondaria di flessione nelle aste. Essa è però relativamente piccola e per tale ragione, nelle strutture a traliccio o reticolari, come quella della gru a bandiera, viene trascurata. In altre parole, si considerano tali strutture reticolari come strutture a traliccio con nodi a cerniera. In quanto segue supporremo quindi sempre che alle estremità delle aste o e d si abbiano delle cerniere reali. Le aste risulteranno quindi sollecitate come rappresentato nella figura (*). Nel caso che un’asta sia sollecitata a trazione sulle sue estremità agiscono delle forze che tendono ad allungarla; nel caso di sollecitazione a compressione, alle estremità dell’asta agiscono delle forze che tendono ad accorciarla fig. (*).

Le linee di azione delle due forze coincidono in entrambi i casi con l’asse longitudinale dell’asta. Le due forze sono inoltre di uguale grandezza e mantengono l’asta in equilibrio, poiché rappresentano una forza e la sua reazione uguale e contraria. Ciò premesso torniamo all’esempio e consideriamo il punto A nella fig. (*).

Le due aste o e d impediscono che tale punto si sposti sotto l’azione del carico RA = 540 kg. Immaginiamo adesso di sezionare l’asta d, come rappresentato nella fig. (*); il punto A si muoverebbe allora nella direzione indicata dalla freccia b. Immaginiamo quindi di sezionare l’asta o fig. (*); in tal caso il punto A si muoverebbe nel senso indicato dalla freccia c.

Da questi due movimenti che si avrebbero in seguito ai supposti sezionamenti delle aste possiamo facilmente dedurre il tipo delle sollecitazioni che si hanno effettivamente nelle aste o e d fig. (*): per impedire il movimento del punto A secondo la freccia b l’asta d deve premere contro A nella direzione del suo asse longitudinale, cioè esercitare una forza D diretta verso l’alto e verso destra fig. (*). Ciò significa che l’asta d è soggetta ad una sollecitazione di compressione. Per impedire il movimento nel senso della freccia c del punto A l’asta o deve esercitare uno sforzo di trazione orizzontale, verso sinistra, sul punto A (forza O nella figura (*). Ciò significa che l’asta o è soggetta ad una sollecitazione di trazione.

Gli sforzi adesso determinati esercitati dalle aste o e d, e rappresentati nelle fig. (*) agiscono insieme al carico esterno RA sul punto A e si annullano a vicenda, poiché il punto A è in equilibrio, o più brevemente, le tre forze sono in equilibrio fra di loro, secondo la legge della statica che già conosciamo. Per determinare queste due forze incognite O e D, disegniamo il triangolo delle forze agenti sul punto A. Stabiliamo anzitutto la scala delle forze 1 cm = 100 kg, invece che 1 cm = 200 kg, come indicato nella fig. (*). Come già sappiamo, nel costruire il triangolo delle forze queste possono essere disegnate in qualsiasi ordine. Conviene però disegnare anzitutto la forza data, esterna, cioè nel nostro caso la forza RA = 540 kg. Di questa forza conosciamo tutte le caratteristiche, cioè la grandezza, la direzione ed il senso. Tracciamo quindi una parallela alla linea di azione di RA. Su questa retta riportiamo un segmento rappresentante, nella scala 1 cm = 100 kg, la forza di 540 kg. Il segmento riportato avrà la lunghezza di 5,4 cm = 54 mm. Il punto iniziale di RA viene individuato con un piccolo cerchietto, mentre il punto estremo viene contrassegnato con una freccia. Dobbiamo ora disegnare le due forze O e D esercitate dalle due aste e che fanno equilibrio alla forza RA. Di esse per ora non conosciamo che le direzioni delle rispettive linee di azione. Esse sono parallele agli assi longitudinali delle aste o e d, e si possono quindi rilevare dalla figura della gru a bandiera. Per mezzo di due squadre disegniamo quindi una parallela ad o passante per la punta della freccia di RA ed una parallela a d passante per il punto iniziale di RA. In tal modo il triangolo delle forze viene chiuso. Le frecce che indicano le direzioni delle forze O e D vengono segnate secondo il principio della statica secondo il quale le frecce di direzione in ogni triangolo delle forze debbono indicare tutte uno stesso senso del percorso lungo il perimetro del triangolo. In questo caso questo senso di percorso è già stabilito dalla freccia della forza RA. La forza O agisce quindi verso sinistra e la forza D verso destra e verso l’alto.

Vediamo adesso di conoscere i valori numerici dei risultati della terza parte dell’esempio ora risolto graficamente. Il triangolo delle forze disegnato per ultimo si riferisce al punto A della gru. Esso definisce le forze che agiscono sul punto stesso. L’asta O esercita, come risulta dalla freccia di cui è provvisto il Iato O, una forza diretta verso sinistra, a partire dal punto A, cioè essa è un’asta sollecitata a trazione o, come si dice, un “tirante”. L’asta d invece preme verso destra e verso l’alto contro A, poiché la freccia del Iato D è diretta in tale senso. L’asta d è quindi un’asta soggetta a compressione o, come si dice, un “puntone”. Dalla lunghezza dei lati del triangolo delle forze, si può calcolare, in base alla scala prestabilita, il valore in kg delle singole forze:

O = + 340 kg (trazione);

D = – 720 kg (compressione).

Facciamo delle semplici considerazioni:

1)       I numeri che indicano la grandezza in kg delle forze esercitate dalle aste, debbono essere sempre preceduti dal segno + o dal segno -. Il segno + indica una forza positiva, cioè una forza di trazione, mentre il segno – indica una forza negativa, cioè una forza di compressione.

2)       Nel triangolo delle forze disegnato nella fig.(*) le forze sono state rappresentate nell’ordine: RA, O, D. Poiché l’ordine con cui vengono rappresentate le forze nel triangolo può essere scelto a piacere, la parallela alla linea di azione D avrebbe potuto essere condotta anche per il punto di estremità di RA e la parallela alla linea di azione di O per il punto iniziale o di origine di RA. Le forze sarebbero quindi risultate disegnate nell’ordine: RA, D, O.

La semplice gru a bandiera considerata nell’esempio svolto fino a questo momento è costituita da tre sbarre di profilati, le quali formano un triangolo chiuso. In pratica capiterà di trovare spesso strutture portanti che si possono rappresentare schematicamente, per i calcoli statici, con dei triangoli in quando non tutti i lati del triangolo sono costituiti da aste effettive. Facciamo un esempio pratico in cui si verifica un tale caso. Per sostenere, sollevare e movimentare grandi pesi, si è installata una trave orizzontale in profilato IPE 200 a 3,00 m sopra il pavimento fig. (*).

Sulle ali inferiori di questa trave scorre un piccolo carrello spostabile. A questo carrello è appeso un normale paranco a vite senza fine, della portata di 1000 kg. Il carrello ed il paranco, comprese la fune e la carrucola inferiore, pesano complessivamente 75 kg. Il tratto di trave IPE 200 prolungatosi al di fuori del muro è fissato con delle viti ai due profilati UPN 240 che costituiscono un architrave di detto muro. L’estremità destra della trave IPE 200 è sostenuta da un tirante z costituito da una sbarra tonda di acciaio, inclinato di 30° sulla trave stessa ed ancorato alla parete esterna. Questo tirante è costituito da due tratti collegati da un tenditore per mezzo del quale può essere teso in modo che la trave IPE 200 risulti perfettamente orizzontale. Per impedire movimenti in senso laterale la trave è assicurata con due altri tiranti w, pure costituiti da tondi di acciaio, fissali con speciali attacchi in B sulla trave ed alle ali superiori dei laminati UPN 240, così da assumere una posizione inclinata. La trave IPE 200 ed il tirante z formano insieme con la parete esterna una struttura portante stabile analoga, dal punto di vista statico, alla gru a bandiera considerata nel precedente esempio. Quindi risolviamo il problema di determinare graficamente la grandezza della forza Z che deve sopportare il tirante z nel caso più sfavorevole, cioè quando il carrello porta paranco si trova nella posizione più vicina all’estremità della trave fig. (*) ed al paranco è appeso il carico massimo di 1000 kg. Le due aste della struttura portante e cioè la trave IPE 200 ed il tirante z si intersecano con i loro assi (mezzerie od assi baricentrici) nel punto A. Il peso portato dalla trave nel caso più sfavorevole è costituito dal carico massimo di 1000 kg, dal peso del carrello e del paranco completo, complessivamente di 75 kg e dal peso dell’uomo che manovra il paranco, il quale talvolta deve manovrare la fune con una forza precisamente uguale al peso della sua persona. Se supponiamo questo peso uguale a 85 kg, il carico totale portato dalla trave sarà (1000 + 75 + 85) kg = 1160 kg. Questo peso complessivo non è però applicato esattamente nel punto A come succedeva per la forza RA, applicata alla gru a bandiera, perché il carrello porta paranco non può scorrere fino al punto A. Per tale ragione il peso di 1160 kg si suddivide fra i due punti A e B nella stessa proporzione delle distanze rispettivamente di 1,80 m e 0,45 m rispetto alla distanza totale di 2,25 m fra i punti stessi. Sul punto A viene a gravare un peso di

Aggiungiamo a tale peso anche la metà del peso proprio della trave, oltre al peso degli attacchi e delle piastre di collegamento chiodati in corrispondenza al punto A; in definitiva potremo considerare applicato al punto A un peso massimo di 1000 kg. Conoscendo questo peso P = 1000 kg e le direzioni A-C ed A-D degli assi delle due aste si può ora disegnare il triangolo delle forze agenti sul punto A. Stabilita a tale scopo la scala delle forze 1 cm = 200 kg, si esegue il disegno il più esattamente possibile e sul lato che rappresenta la forza esercitata dal tirante z si scrive (il valore calcolato in kg nella forma Z = + ….. kg (forza di trazione).

Che cosa si nota nel triangolo per potere dire che Z è una forza di trazione? Quando si disegna la freccia del lato Z secondo la regola nota si constata che essa si trova all’estremità coincidente con il punto A dell’asta z, nella figura principale della struttura, si può notare che questa freccia indica una direzione che si allontana dal punto A e che quindi l’asta z è sollecitata a trazione.

Riprendiamo l’esempio esaminato innanzi della gru a bandiera e risolviamo graficamente un altro problema riguardante sempre la stessa gru a bandiera rappresentata nella fig. (*). Il problema consiste nel determinare le reazioni degli appoggi, che in questo caso vengono più propriamente dette reazioni dei supporti. Come per le travi su due appoggi, per reazioni dei supporti intendiamo le forze esercitate dai supporti; uguali e contrarie a quelle applicate ad essi; nel caso considerato diremo anche che le reazioni dei supporti sono le forze che fanno equilibrio ai carichi applicati alla gru a bandiera. La prima domanda che dobbiamo porre è quindi: quali carichi agiscono sulla gru a bandiera? Ciò si rileva nel migliore modo dalla fig. (*). In essa il carico di 300 kg applicato al gancio della fune è già stato indicato come una forza (S1). Si immagina che al di sotto di B la fune sia tagliata e che la forza di tensione S2, pure di 300 kg, agente nella fune stessa, sia resa libera; essa viene cioè considerata come una forza esterna, e come tale indicata con una freccia. Sulla gru a bandiera agiscono quindi due forze parallele, verticali e dirette verso il basso, ciascuna uguale a 300 kg. Trascuriamo ancora il peso proprio della gru a bandiera, il quale grava naturalmente; anche sui supporti. Le forze esterne agenti sulla gru a bandiera, prescindendo per il momento dalle reazioni dei supporti, sono quindi solo due, ciascuna di 300 kg. Tutte le altre forze, di cui abbiamo parlato a proposito della stessa gru a bandiera, sono ora da considerarsi forze interne. La forza RA agisce fra il rullo A e l’intelaiatura della gru, ed analogamente la forza RB, applicata nel punto B agisce fra il rullo B e l’intelaiatura, mentre la forza di tensione della fune S2, agisce nel tratto di fune fra i due rulli, e le forze O e D agiscono nelle aste del telaio. L’intero sistema però, costituito dal tratto di fune scorrente sui rulli, dai rulli stessi e dal telaio, è sottoposto alle sole forze esterne S1 = S3 = 300 kg ed alle due reazioni dei supporti. Queste quattro forze sono fra di loro in equilibrio. Per rendere ancora più chiara la circostanza che le forze interne del sistema non intervengono nell’anzidetto equilibrio, nella fig. (*) abbiamo tratteggiato il disegno del sistema stesso in modo da farlo, apparire come un solo corpo rigido massiccio. Questo corpo viene tenuto lo equilibrio dalle quattro forze prima specificate. In questa rappresentazione le reazioni degli appoggi E ed F sono state indicate arbitrariamente.

Il problema che ci troviamo di fronte è quindi quello di determinare due delle quattro forze esterne in equilibrio, che agiscono su un corpo. I problemi della statica si possono spesso semplificare con dei semplici, ma ben studiati accorgimenti. I due carichi S1 = 300 kg ed S3 = 300 kg sono della stessa grandezza ed inoltre sono entrambi verticali e diretti verso il basso. Questi due carichi si possono comporre in una risultante senza dovere eseguire dei calcoli, ma disegnando senz’altro la risultante stessa. Una risultante è infatti, come è noto, la forza che, dal punto di visto della statica, può sostituire le forze da cui viene composta; essa deve cioè produrre da sola gli stessi effetti prodotti dalle altre singole forze messe assieme. Nel caso delle forze S1 ed S3 agiscono entrambe verso il basso, con una intensità complessiva di 600 kg. Avremo quindi R = 600 kg. Dove sarà situata la linea di azione delle forze S1 ed S3? Ciò risulta evidente osservando il giogo di una bilancia rappresentato schematicamente nella fig. (*), alle cui estremità sono applicati due pesi di 300 kg ciascuno. Questo giogo rimane in equilibrio se l’asse di rotazione (l’appoggio A) è situato fra le due linee di azione dei carichi, ad uguali distanze da esse. L’azione complessiva esercitata dai due carichi sull’appoggio è R = 600 kg, ed in tale punto la forza R esercita, rispetto a qualsiasi centro di rotazione, uno stesso momento statico di quello esercitato insieme dai due carichi.

Ciò avviene ad esempio rispetto allo stesso punto di appoggio A:

infatti i momenti statici di rotazione

e

sono di uguale grandezza, ma in senso opposto, ed insieme danno quindi luogo ad un momento nullo, come la risultante R, in quanto la distanza di questa dal punto A è nulla e quindi è nullo il momento della forza stessa rispetto a tale punto. Anche se questa dimostrazione può apparire superflua, data la semplicità di quanto si voleva dimostrare, occorre però imparare ad esporla. Detto ciò continuiamo lo svolgimento del problema che ci siamo proposti e disegniamo le due forze S1 ed S3 = 300 kg applicate alle due estremità verticali della fune. Come scala delle forze consideriamo 1 cm = 200 kg. Disegniamo quindi la linea di azione della forza R a distanze esattamente uguali dalle linee di azione delle forze S1 ed S3, cioè la retta verticale passante per un punto equidistante da S1 ed S3. A tale scopo possiamo congiungere i punti A e B e quindi dividere per metà il segmento A-B. Per il punto di suddivisione tracciamo quindi la parallela ad S1 ed S3. Questa retta è la linea di azione di R, sulla quale possiamo segnare in una qualsiasi posizione un segmento che rappresenta, nella scala prefissata, la forza R, cioè R = 600 kg = 3 cm.

Sulla gru a bandiera agiscono ora solo le tre forze esterne R, E ed F. La risultante R deve fare equilibrio alle due reazioni dei supporti E ed F, per cui occorre indicare sul disegno i punti in cui sono situati i supporti. Ciò viene effettuato con dei cerchietti. Tali punti sono situati ciascuno a 0,08 cm dai nodi del telaio della gru; nella scala 1 : 20 questa distanza corrisponde a 4 mm. I supporti possono essere rappresentati schematicamente fuori scala. Bisogna fare attenzione anche al fatto che le forze sono rappresentate nella scala 1 cm = 200 kg. Contraddistingueremo il supporto superiore (schematizzato in un punto) con E e quello inferiore con F, e chiameremo pure rispettivamente con E ed F le reazioni che si hanno nei due supporti, come è già stato fatto nella fig.(*). Come troviamo adesso le linee di azione di queste reazioni dei supporti, senza le quali non possiamo disegnare il triangolo delle forze R, E ed F ? Per rispondere bastano le due seguenti semplici considerazioni:

1)       La linea di azione della reazione E è orizzontale, in quanto E è un supporto radiale nel quale il perno può scorrere verso l’alto e verso il basso. Di ogni forza diretta obliquamente rispetto alla mezzeria del supporto, solo la componente perpendicolare alla mezzeria stessa viene equilibrata dalla reazione del supporto. Quest’ultima è quindi una retta orizzontale, poiché la mezzeria del supporto è verticale. Bisogna tracciate quindi, a tratto continuo sottile, una retta passante per il punto E e parallela all’asta o del telaio della gru a bandiera; questa retta è la linea di azione della reazione E. Prolunghiamo questa retta a piacere, verso sinistra e verso destra.

2)       Nell’esempio finora svolto per la costruzione dei triangoli delle forze, queste agivano sempre in uno stesso punto della struttura portante considerata. Cosi, ad esempio le tre forze RA, O (agente nell’asta o) e D (agente nell’asta d), si equilibravano nel punto A (nodo della struttura reticolare della gru); Ciò avviene in modo del tutto naturale, poiché le aste che concorrono nei nodi della struttura reticolare trasmettono solo forze di trazione e di compressione, cioè forze agenti nella direzione degli assi delle aste.

In forma schematica nella fig. (*) mostriamo ancora quanto abbiamo dello: un carico P è in equilibrio con due forze O e D agenti nelle aste di una struttura reticolare, incontrantisi in un punto A. Il triangolo delle forze P, O e D disegnato accanto allo schema della struttura vale per il punto A. Non possiamo però spostare senz’altro il carico P parallelamente a se stesso da A in B, come abbiamo indicato in fig. (*) con una linea a tratti. Ciò darebbe luogo ad una variazione delle forze O e D agenti nelle aste, ed il triangolo delle forze non sarebbe più valido. Per quale ragione succede questo?

Per mostrare questo fatto, nella fig.(*) abbiamo composto le forze O e D nella risultante R. A tale scopo la forza D ha dovuto essere spostata sulla sua linea di azione. La forza R sostituisce quindi ora le forze O e D. Questa risultante è però in equilibrio con la forza P’ spostata in B? Ciò avverrebbe se P fosse ancora applicata in A. Ora invece R forma con la forza P’ una coppia di forze, il cui momento statico è  P’. a, e questo è ciò che dà luogo ad una variazione delle forze che agiscono nelle aste della struttura.

Non è quindi lecito spostare arbitrariamente e parallelamente a se stessa una delle tre forze che si equilibrano, dal comune punto di intersezione (A). Occorre invece tener conto della seguente regola:

Tre forze si trovano in equilibrio quando le loro linee di azione si intersecano in un punto ed il triangolo delle forze stesse si chiude.

Applichiamo subito questo importante principio per mettere in equilibrio la risultante R dei carichi S1 ed S3 con le reazioni E ed F ancora incognite. Queste due linee di azione si intersecano in un punto G. La linea di azione della terza forza F deve, secondo la regola sopra esposta passare per il punto di intersezione G. Non ci deve confondere il fatto che G non sia un nodo di una struttura reticolare portante, ma un punto nello spazio. L’intera struttura portante si comporta come un unico corpo rigido e G può essere un punto di questo corpo, se immaginiamo di ingrandire il corpo stesso fino a comprendere il punto G. Colleghiamo quindi i punti F e G con una retta. La retta F-G è precisamente la linea di azione della reazione del supporto F. Solo dopo aver trovato anche questa linea di azione è possibile disegnare il triangolo delle tre forze R, E ed F. Qui si indica solo brevemente l’esecuzione del disegno che riportiamo:

Va rappresentata la forza R = 600 kg con un segmento verticale usando la scala 1 cm = 200 kg; si conduce quindi, per il punto di estremità di R, una parallela ad E-G ed un’altra ad F-G per il punto iniziale di R, cosi da formare il triangolo delle forze. Dopo ciò si indicano con delle frecce le direzioni delle forze reazioni dei supporti, e si contraddistinguono con le lettere E ed F fig. (*). I risultati sono: E = 375 kg, direzione della freccia verso sinistra; F = 710 kg, direzione della freccia verso destra e verso l’alto.

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